Attraversando paesaggi scomparsi, da Morciano a San Gregorio (Patù)

Camminare è un esercizio. Una pratica che dal dato fisico passa all’educazione dello sguardo per poi approdare al piano della fantasia. Attraversando un paesaggio s’impara ad osservarne gli elementi, a riconoscerli, a ricostruire per comparazione le parti mancanti, integrando con l’immaginazione e la conoscenza i pezzi di realtà. Ed è allora che, nel silenzio interrotto da frinire di cicale o dal gracchiare di qualche gazza ladra, laddove la presenza dell’uomo a volte sembra sparire del tutto e specialmente oggi in cui il lavoro agricolo è sempre meno praticato, che il quadro che si configura comincia ad animarsi e articolarsi. Non solo appaiono alla vista della mente uomini, donne e scenari di vita quotidiana, ma case, officine, luoghi di culto, volumi che il tempo ha logorato o cancellato del tutto.

Il fatto che oggi siano invisibili non nega il loro essere stati.

Il nostro itinerario parte da Morciano di Leuca, un Comune del Capo adagiato ai piedi della Serra Falitte. Questo rilievo lo separa dalla sua frazione, l’antico abitato di Barbarano, che scelse, sul finire dell’Ottocento, di staccarsi dal vicino Comune di Salve e annettersi amministrativamente a Morciano. Ricostruire l’etimologia delle località è quasi sempre un’impresa ardua, per cui molto spesso si ricorre alla facile connessione con il nome di una figura fondativa, quasi sempre centurioni romani. Morciano non sfugge a questa prassi e c’è chi lo fa risalire ad un leggendario Morcianus o Morcianus romano, anche se l’ipotesi più plausibile suggerisce di accostarlo alla parola latina murex, che significa “roccia”, chiaro riferimento alla sua presenza abbondante e affiorante in superficie.

Siamo in piazza San Giovanni, dove, su una colonna, la figura del Santo omonimo sembra dare il benvenuto a chi transita per il paese (1). Ed è proprio qui che è impossibile non scorgere, a destra della Chiesa della Madonna del Carmine (chiamata dagli abitanti anche Madonna del Rosario) la sagoma dei torrioni del castello Valentini. La sua storia affonda le radici nell’età angioina, quando venne eretto in difesa dell’abitato a causa delle frequenti incursioni dei pirati turchi che periodicamente sbarcavano nelle calette lungo la costa ionica e che avrebbero costituito un vero e proprio flagello sino a tutta l’età moderna. Un tempo il castello aveva una torre sul versante est che oggi non esiste più: essa venne abbattuta nel 1507 dal barone Rodolfo Sambiasi per erigere il Convento dei Carmelitani, purtroppo a sua volta demolito negli anni ’60 del Novecento (2).

Attualmente, al suo posto, un edificio in realtà piuttosto anonimo collega il Castello alla Chiesa, che è una delle sopravvivenze e ricordo di quella comunità, scomparsa già agli inizi del 1800 in seguito alle leggi napoleoniche sulla soppressione degli ordini religiosi.

Siamo in un punto di snodo viario fondamentale: stando di fronte alla Chiesa, che conserva al suo interno eleganti altari, tele di pregevole fattura artistica e un organo a canne, la strada che conduce verso ovest porta al mare e alla località di Torre Vado; sul lato a sinistra della chiesa, un’altra direttrice ci conduce verso l’antica città messapica di Vereto, mentre alle nostre spalle c’è il collegamento con Salve. Il tracciato della strada che passa dall’ingresso del Castello e coincide con l’attuale via Roma disegna parzialmente il perimetro dell’abitato medievale, oramai poco riconoscibile perché inglobato nel tessuto edilizio sviluppato successivamente. E proprio qui, in via Roma, un tempo chiamata “Via dei Preti” in quanto su questa strada si apre ora l’accesso della chiesa di San Giovanni Elemosiniere e un tempo forse la Canonica della Madonna del Rosario, che ci imbattiamo nell’(ex) Palazzo Strafella. Si tratta di un elegante edificio la cui facciata è stata completata nel corso del primo Novecento. Il Palazzo è formato da due corpi separati, uno dei quali non è altro che una sopravvivenza dell’antico convento dei Carmelitani scampato alla demolizione e che aveva l’ingresso da Piazza San Giovanni. Si conservano il refettorio, così identificato per la presenza su una parete di un affresco riguardante l’Ultima Cena, e, al piano superiore, alcuni ambienti la cui conformazione fa pensare immediatamente alle celle dei frati. La presenza dell’Ordine dei Carmelitani a Morciano fu motivo di grande prestigio per il paese: per tutto il Cinquecento e il Seicento Morciano divenne una scuola di cultura e, come scrisse lo storico ottocentesco Luigi Maggiulli, qui “vi fiorirono illustri teologi e filosofi sacri” tra cui spicca la figura di Angelo Thio, filosofo a cui è dedicata la biblioteca ospitata al piano terra del palazzo.

Lasciata la facciata rosa, si noteranno per terra dei cerchi incisi sulle lastre lapidee del basolato: non sono altro che il segno della presenza delle fosse granarie, che vennero rifunzionalizzate per ospitare gli ambienti dei frantoi ipogei, di cui se ne contano all’incirca una ventina nel solo centro storico.

Pochi metri dopo, un bel portale d’ingresso cinquecentesco segnala la presenza della chiesa parrocchiale, dedicata alla figura di un santo il cui culto non è molto diffuso: si tratta di San Giovanni l’Elemosiniere, venerato nel Salento soltanto qui e nel Comune di Casarano (3).

Percorrendo ancora avanti la strada, sulla quale è impossibile non notare dalle porticine lasciate socchiuse le tipiche case a corte e le case-torri, si scorgono ogni tanto delle iscrizioni; se si solleva lo sguardo verso l’alto, lungo la superficie di un muro è possibile scorgere una curiosa maschera, anch’essa scialbata a calce, posta allo scopo di scongiurare l’ingresso degli spiriti cattivi nella casa e preservarne l’armonia e la pace.

Giunti alla congiunzione di un bivio, è possibile dare uno sguardo alla Cappella della Madonna di Costantinopoli (seconda metà del XVI secolo) al cui interno, addossato alla parete, vi è un monolite affrescato con l’immagine della Vergine e il Bambino (4).

La stratificazione di dipinti sulla superficie della stele di pietra registra un trascorrere del tempo che racconta l’evolversi della storia dell’arte medievale e moderna.

Si prosegue, seguendo la strada, ai confini dell’abitato. Qui, la strada asfaltata lascia il passo a una strada di terra battuta. Siamo lungo un antico tracciato stradale, la via Sallentina, che conduceva verso una città oggi scomparsa: Vereto, città messapica divenuta in seguito municipio romano.

Ancora una volta la pietra si staglia, nitida, tra la terra rossa e il verde argento degli ulivi, delimitando sotto forma di muretti a secco i vari appezzamenti di terreno.
Prima però di salire nel cuore dell’antico centro un tempo abitato, occorre dirigersi verso l’attuale paese, Patù, che si estende ai piedi della serra.

I suoi abitanti, chiamati in dialetto “patusci” sono ricordati, dai paesi vicini, associati… con i gatti!

“Patusci cu li musci” è l’antico adagio che da sempre li contraddistingue, e difatti, sul gonfalone comunale è rappresentato un gatto che serra tra i denti un pesce. La presenza di quest’animale, inusuale sulle insegne di una città, testimonia la sua alta considerazione. Infatti si ritiene che un tempo Patù fosse famosa per la produzione cerealicola, riposta in numerose fosse granarie, e che per questo fosse necessario l’intervento dei gatti per tenere a bada i roditori che minacciavano le granaglie. Il motivo per il quale sia rappresentato un pesce appare però oscuro e da alcuni viene riconnesso con il fatto che, dopo la distruzione di Vereto, fossero stati proprio alcuni pescatori a ricomporre il nucleo abitato.

A Patù, che nella domenica di giugno dedicata al Corpus Domini colora alcune sue strade con una suggestiva infiorata, ci fermiamo alla periferia del paese per visitare i suoi resti del passato più suggestivi e conosciuti: la chiesa di San Giovanni e soprattutto la misteriosa e affascinante Centopietre (5).

Varcato un cancello, all’interno di uno spazio recintato, troviamo la chiesa dedicata a San Giovanni che, a una rapida occhiata delle superfici esterne, permette di inquadrarla nel periodo medievale. Le bifore sulla facciata e le bifore murate sulla parete esterna absidale (la prima porzione della chiesa che si nota approcciandola) parlano di una chiesa tipicamente bizantina.

Già alla fine dell’Ottocento gli storici locali Giacomo Arditi e Cosimo De Giorgi, visitandola, constatarono il pessimo stato dell’edificio e, difatti, sono ben visibili gli interventi di restauro che hanno permesso poi, nel 1905, il ripristino della facciata e soprattutto della copertura.

Si distinguono tre momenti principali della costruzione. Il più antico è osservabile nella parte inferiore dell’edificio, con conci di grandi dimensioni fino ad un’altezza di tre metri. A questa fase risalgono la bifora e l’arco a tutto sesto, che sicuramente costituiva l’ingresso originario.

L’aggiunta ai blocchi più irregolari di conci più piccoli e ordinati suggerisce una fase successiva; inoltre furono aperte delle finestrelle, di forma stretta e allungata, con la funzione di dare luminosità agli ambienti interni collocandole sia sui muri delle navate minori e tre in facciata, due delle quali poi vennero murate.
L’ultimo intervento ha riguardato l’ingresso occidentale: esso fu ridimensionato e fu sistemata un’architrave sulla quale rimangono alcuni frammenti di una iscrizione con il riferimento, appunto, a questi interventi eseguiti nel 1523.
L’interno è suddiviso in tre navate separate da pilasti, sui quali si conserva un pregevole ciclo pittorico. Ciò che si conosce è, sulla parte sinistra dell’abside, un Cristo e due figure di santi all’interno dell’abside che rappresentano gli strati più antichi dipinti. Le aureole gialle si stagliano nettamente sull’intenso sfondo blu.

Nella chiesa è presente un’iscrizione, un cippo funerario di età romana rinvenuto nelle vicinanze.

Uscendo dalla chiesa, ci si trova di fronte una costruzione molto particolare e massiccia: si tratta della famosa (nel Capo di Leuca), “Centopietre”. A dispetto del nome, i poderosi blocchi di pietra non sono cento ma di meno, in parte disposti a formare i muri e in parte un tetto a doppio spiovente. Si tratta di materiale lapideo di reimpiego, e poiché ne troviamo altri nella chiesa di S. Pietro a Giuliano di Lecce, con tutta probabilità esso doveva provenire da un tempio presente nella sovrastante serra, a Vereto.

L’interno dell’edificio è separato in due ambienti nel senso della lunghezza: cinque piedritti (due colonne e tre pilastri) sorreggono un’architrave, che è la struttura su cui poggiano i conci degli spioventi, formata da blocchi con incisi dei triglifi.

La commistione di elementi di epoche passate ha sollevato la questione della corretta datazione negli studiosi dall’Ottocento in poi: si trattava di un monumento preistorico, messapico o di epoca più tarda?

Oggi gli studiosi affermano con certezza che si tratta di un monumento funebre di epoca medievale che riutilizza elementi messapici. Infatti, in seguito ad una campagna di scavi che l’architetto Adriano Prandi ha condotto nel 1950 all’interno e nell’area immediatamente intorno all’esterno della Centopietre, sono state rinvenute delle tombe all’interno delle quali i corpi deposti avevano lo sguardo rivolto ad est. Sebbene quei dati archeologici fossero molto lacunosi e a tratti imprecisi, si può affermare ancora oggi che questa costruzione nasca come sacello funerario per accogliere un personaggio facoltoso e tutta la sua famiglia in un’area già destinata come cimitero. Si trattava senz’altro di un personaggio ricco o di ruolo sociale elevato, appartenente o all’aristocrazia o al clero.

Del resto, una leggenda molto fantasiosa vuole che qui sia stato seppellito, il 24 giugno dell’877 un cavaliere di nome Germiniano (o Giminiano). Si stava profilando uno scontro tra le truppe del re carolingio Carlo e i Saraceni, interessati a conquistare il Capo di Leuca. Prima dello scontro, Germinano venne inviato, secondo i codici cavallereschi dell’epoca, a perorare un’ultima volta la pace ma venne imprigionato e barbaramente ucciso. Ciò scatenò l’ira dei Cristiani i quali, presi dalla furia di vendetta, non solo sconfissero duramente i nemici ma una volta recuperato il corpo lo seppellirono erigendo un monumento funebre così importante per onorarne la memoria.

La leggenda vuole anche che le spoglie di Giminiano furono riportate in seguito nel suo Paese d’origine, la Francia.

Vale la pena osservare quanto ancora si conserva sulle pareti interne, che riportano degli affreschi risalenti al XII secolo. Nonostante l’umidità e gli agenti atmosferici degradino lentamente i colori e i tratti, anno dopo anno, si notano ancora la sagoma dei santi affrescati sulla parete occidentale.

Emergono le figure, più o meno nitide, di ben tredici santi, rappresentati eretti e frontalmente, iscritte in nicchie con colonne decorate come per imitare il marmo colorato e ricche di dettagli architettonici. Alle loro spalle doveva esserci pure un velario continuo che si fermava all’altezza delle ginocchia e di cui rimangono chiaramente le decorazioni dell’orlo tra la quinta, la sesta e la settima figura. La parte più bassa della zoccolatura è invece completamente scomparsa.

Tra i primi tre, il solo riconoscibile con certezza è San Giuliano giovane, rappresentato con vesti riccamente decorate a losanghe secondo gli stilemi della moda bizantina. Ad essi segue un gruppo di cinque santi con barba che sono molto probabilmente vescovi poiché raffigurati nella quasi totalità con un libro in mano, il loro attributo convenzionale.

A loro seguono delle figure femminili: Santa Barbara, Santa Margherita e S. Anna col bambino in grembo.

Purtroppo in altre zone gli affreschi sono scomparsi del tutto, rimangono delle tracce di colore prive di qualsiasi connotazione. L’unica porzione dove ancora si conserva qualcosa è da ricercare nella parete di fondo, che ripropone una scena di S. Giorgio e il drago – poiché nella parte inferiore sembra di scorgere la coda – e di una Crocifissione: in particolare, si scorge il busto del Cristo fino all’altezza del perizoma, la mano sulla sinistra, i piedi e, sulla destra, la parte superiore del capo della Vergine.

Lasciata l’ombra della Centopietre, e usciti nuovamente all’aria aperta, è il momento di dirigersi verso ovest, andando ad incontrare finalmente la città messapica di Vereto. Poco prima delle ultime case di Patù, sulla destra, è possibile imboccare un viottolo delimitato da muretti che presentano una suggestiva trama di pietre. Lungo questa strada di circa 500 metri, Strada Vicinale Serre II, che nel tratto finale non è più pianeggiante ma in salita, è possibile di tanto in tanto scorgere qualche aia circolare (6).

Su questi spiazzi, oramai deserti, i più antichi dei quali erano direttamente ricavati sulla roccia affiorante, si trebbiava il grano e lo si “ientulava”. Sembra ancora di vedere i contadini, animati dai racconti dei più anziani che sono stati gli ultimi testimoni oculari di una civiltà contadina oramai tramontata. Dopo aver disposto i covoni sul pavimento di pietra, su di essi si facevano passare dei cavalli o dei muli che avevano legata una “pisàra”, una pietra pesante che aveva il compito di sgranare le spighe e permettere una prima separazione del chicco dalla pula, il tegumento esterno. Successivamente, con il forcone, si procedeva alla “ientulatura”: si gettava in aria l’ammasso di chicchi, paglia e pula. Quest’ultime, più leggere, erano portate via dal vento mentre a terra cadevano i chicchi di grano o di orzo, più pesanti. Nei pressi delle “aiere”, le aie, erano costruiti ad hoc delle “puddare”, dei pollai, perché una volta terminate le operazioni  agricole i volatili potessero andare a beccare i chicchi caduti nelle fessure delle pietre. Nulla andava sprecato!

Salendo sulla serra, l’ultima propaggine della Falitte, entriamo a Vereto, la città scomparsa.

“Allorché, navigando, furono giunti dinanzi alle coste della Iapigia, una violenta tempesta li avrebbe sorpresi e gettati a riva. Poiché erano andate distrutte le loro imbarcazioni e non si vedeva più alcun mezzo per tornare a Creta, fondata la città di Hyrie si sarebbero stabiliti nella regione e con un grande cambiamento sarebbero diventati, invece che Cretesi, Iapigi Messapi, e invece che isolani, continentali”. Con queste parole, lo storiografo greco Erodoto, nel settimo libro de Le Storie ci dà notizia di due fatti importantissimi, che si intersecano verosimilmente con le vicende di questo luogo. Ci racconta di un gruppo di origine cretese partito dall’isola per raggiungere (secondo il mito) il proprio re, Minosse, lanciatosi a sua volta nell’inseguimento in Sicilia di Dedalo, l’architetto inventore del celebre labirinto. Una volta arrivato nell’isola il manipolo di soldati trovò il re morto e assediò invano Agrigento per cinque lunghi anni. Poiché l’operazione bellica fallì, il gruppo decise di fare ritorno in patria ma il caso fece naufragare gli uomini in “Iapigia”. Questo evento fortuito è, secondo Erodoto, il mito fondativo di una nuova stirpe nata dalla fusione degli Iapigi, gli abitanti autoctoni della penisola salentina, con i Cretesi: i Messapi. I Messapi fondano come prima città Hyrie. Ora, dove fosse collocata Hyrie è una disputa annosa che si contendono diversi luoghi, soprattutto Vereto e Oria, molto più a nord. L’ago della bilancia propende per Vereto, la Veretum/Baretum dell’età imperiale (in greco, Oueretòn e, come si trova in iscrizione messapiche, Varetis) perché è una città che si trova (trovava) ad una breve distanza dal porto, anch’esso messapico, di San Gregorio, collocato in un’area perniciosa per la navigazione a causa della presenza di secche poco distanti.

Se fossimo capitati in una giornata qualunque di tremila e cento anni fa, nello stesso punto, avremmo visto un piccolo villaggio di capanne. Secoli più tardi, verso il IV sec. a. C, avremmo potuto scorgere un’imponente cinta muraria, lunga 2 km e mezzo circa, che proteggeva un’area di circa 40 ettari. Varcata la cinta attraverso una delle (presunte e probabili) porte di accesso alla città, avremmo visto un paesaggio molto diverso dall’attuale. Ora ci sono mandorli, uliveti, qualche albero da frutto alternato ad appezzamenti coltivati a ortaggi; un tempo avremmo visto sì ancora la campagna e qualche pascolo, ma affiancati ad edifici di pianta quadrangolare, con fondazioni in blocchi squadrati, dotati di tetto a spiovente con copertura in tegole di terracotta. Questi agglomerati di case, dotate sicuramente di cortili, costituivano l’abitato dove si aggiravano contadini, pastori, commercianti, artigiani, uomini, donne e bambini che avremo sorpreso intenti nelle più disparate attività quotidiane. I resti delle fondamenta degli edifici, così come gli oggetti usati dagli abitanti, ora sono sepolti sotto una coltre di terra rossa dove di tanto in tanto affiorano frammenti di terracotta. Non è raro trovare pezzi di macina, in pietra lavica, o modanature scolpite nella pietra, inglobate nei muretti a secco, in un continuo processo di rifunzionalizzazione delle materie prime. L’abitato di Vereto è stato frequentato fino all’epoca medievale, spegnendosi gradualmente con il declino del mondo antico e romano sotto la spinta degli invasori goti. Proseguendo sul tracciato verso la zona nord-est, proprio nel suo tratto sommitale, ci si imbatte in una “rustica cappella della Vergine” come la nominava Cosimo De Giorgi: è la chiesa della Madonna di Vereto, le cui fondamenta sono di origine paleocristiana e forse anche più antiche, che venne rimaneggiata e assunse l’attuale aspetto a partire dal Seicento per volere dei feudatari di Alessano (7).

All’interno della chiesa, che un tempo era a tre navate, venne rinvenuto durante i lavori di restauro del 1954 un affresco di San Paolo, uno dei più antichi di Terra d’Otranto. Il Santo è raffigurato impugnare una spada sulla quale sono presenti dei serpenti, che si trovano anche sul lato in basso a destra dell’affresco, avvinghiati a formare un caduceo; poco distante, un piccolo scorpione e un ragno.

San Paolo diventa così una figura simbolica e sincretica, laddove il cristianesimo si sovrappone all’antico fenomeno pagano del tarantismo. La tradizione infatti vuole che San Paolo, mentre si trovava a Malta, fu attaccato ad una mano da un serpente velenoso ma il morso non ebbe conseguenze, per cui il Santo divenne il protettore dal morso di animali velenosi e, per estensione, protettore delle donne “pizzicate” dal ragno.

La chiesa è meta di pellegrinaggi in occasione dei festeggiamenti di Ferragosto in quanto dedicata attualmente all’Assunta. All’uscita dell’edificio sacro, al termine del vialetto antistante con eucalipti e allori, è possibile rendersi conto della posizione di egemonia di Vereto proprio grazie al panorama che si scorge da qui. La vista spazia da Montesardo al faro di Santa Maria di Leuca, permettendo il controllo di una vasta area sia in direzione dell’entroterra che dal mare, per secoli foriera di sventure e attacchi ma anche portatrice di cultura e prosperi commerci.

Scendendo in via Uschia Pagliare è possibile, costeggiando il lato ovest in direzione nord-sud, osservare proprio i ruderi del circuito murario di Vereto: è un muro pieno largo circa quattro metri costituito da tre file di blocchi squadrati posti di testa e di taglio, secondo una tecnica costruttiva già nota ai Messapi (8).

Proseguendo verso il mare, quindi in direzione sud-est, la strada di campagna penetra nel canale naturale di Volìto.

Il canale di Volito è scavato nell’ultima propaggine della Serra di Vereto, che si dirama in direzione nord-ovest/sud-est (9). Il suo nome prende origine, probabilmente, da vòlo, vòlu, la terra rossa tipica del comprensorio del Capo di Leuca e che, assieme ad acqua e calce, formava una malta usata a volte dai contadini per compattare i muretti a secco. Il canale ha una profondità di circa 20 metri rispetto al piano circostante, e le condizioni di umidità particolari hanno permesso il lussureggiare di una vegetazione spontanea con essenze tipiche della macchia mediterranea quali il cisto, il lentisco, e tutte le varietà di piante commestibili sulle quali si è fondata per secoli la dieta degli abitanti locali.

Il canale si caratterizza anche per la presenza di numerose piccole liame e pajare, utilizzate fino a qualche decennio fa come riparo stagionale per i contadini e i loro animali e come ricovero per attrezzi agricoli.

Sul fondo del canale, è tuttora presente un pozzo, circondato da alberi di noce, lecci e allori, descritto dallo storico locale Tasselli già alla fine del XVII secolo: “Un canale tra le terre di San Gregorio e del Marchirello un’acqua la migliore di tutte somministra a tutti da un pozzo che li paesani lo dicono di Olito”. Negli anni ’60 del secolo scorso, Don Vincenzo Rosafio scriveva: “Vicino al mare di San Gregorio, ma non troppo, vi è una sorgente di acqua dolce, trovandosi al di sotto di una roccia, ha una profondità di appena due metri. La sua acqua limpida e diuretica è stata molto usata, specie nel passato. Non manca ancor oggi chi ne faccia uso”.
L’itinerario si conclude con la discesa verso l’ultimo tratto, l’approdo di San Gregorio, antico porto della città di Vereto. Delle strutture di servizio dell’antico approdo, oggi rimangono visibili alcuni grandi blocchi e una cisterna per l’approvvigionamento di acqua dolce (10).

La maggior parte dei resti sono subacquei e sono costituiti da un molo frangiflutti formato da pietrame, che conferiva all’insenatura un aspetto molto più pronunciato verso l’acqua, così come numerosissimi, adagiati in acqua, sono i frammenti di anfore, preziosi carichi delle navi naufragate al largo.

Ancora una volta, occorre un esercizio di fantasia: sul promontorio che chiude a sud-ovest l’approdo, laddove si intravede oggi un’elegante dimora privata, un tempo sorgeva una delle tanti torri di avvistamento che puntellavano, a guardia del territorio, tutta la costa salentina. Quella torre cinquecentesca non esiste più, demolita agli inizi del Novecento, così come una tonnara, chiusa definitivamente intorno al 1960. Allo stesso modo, laddove oggi si sente solo il rumore delle onde che si infrangono sugli scogli, e il vociare umano nel periodo estivo, un tempo, ogni 15 marzo, fino all’epoca medievale “in questo porto (…) accorrevano genti straniere d’Africa e da altri luoghi che adoravano per loro dèi li serpenti e li dragoni. Venivano mercadanti barbari, mori, turchi e di qualsivoglia altra nazione a negoziare, a vendere, a comprare” (Luigi Tasselli).

 

località interessate: Morciano, Patù, Vereto, Canale Volito, San Gregorio

distanza: 9 km

mezzo: a piedi

difficoltà: turistico
tempo di percorrenza: 5 ore e mezza

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