Attraversare le pietre, la terra e l’acqua nel territorio di Salve

La porzione di territorio che appartiene al comune di Salve, a ovest del centro abitato della marina di Pescoluse, si presenta sorprendentemente ricca di ritrovamenti di carattere archeologico e naturalistico; da qui è possibile articolare un racconto affascinante, che con stupore dilata la percezione del presente e del reale regalando alla fantasia un viaggio nel tempo, tra i panorami di una Puglia arcaica e magica.

Lungo questo itinerario, infatti, si può godere di una tale ricchezza di elementi, uniformemente distribuiti durante il corso dell’anno, da apprezzare le peculiarità che ogni stagione regala. Pertanto, camminare sotto la pioggia in autunno consente di vedere un inaspettato quanto colorato rigoglio di vegetazione, mentre l’inverno cristallizza il tempo, sospendendo questi luoghi che sembrano immoti da ere; il sole cocente e l’arsura di agosto offrono mediterranei profumi e sapori di frutti come m­­­­andorle, fichi e ortaggi, coltivati nei piccoli appezzamenti di terra rossa; la primavera, che qui si manifesta precocemente, è un’esplosione di colori, con i suoi fiori e le sue erbe spontanee, molte delle quali, commestibili, hanno rappresentato la base dell’alimentazione dei contadini per secoli.

In questo contesto sono la terra, la pietra e soprattutto l’acqua i fattori che hanno condizionato lo scorrere della vita fin dall’antichità. Camminando attraverso i campi e per la macchia mediterranea si percepisce una nota sottile di salsedine, indizio di una presenza che rimane nascosta ma costante, sullo sfondo: il mare Jonio. Tuttavia, è una fonte perenne di acqua dolce – che sgorga dal fondo di una gravinella – ad aver reso possibile l’insediamento umano in forma stabile e favorito il proliferare degli animali e delle piante, tanto più apprezzabile in un contesto in cui domina la siccità e la scarsità di approvvigionamento di acque di superficie.

L’invito è di cogliere appieno di queste caratteristiche durante la passeggiata, che si può effettuare a piedi o in mountain bike, esercitando contemporaneamente tutti i sensi.

Il punto di partenza è Pescoluse, località balneare molto rinomata lungo la costa ionica ricadente nel comune di Salve, che vanta un litorale di sabbia dorata lungo ben otto chilometri. A ridosso dell’arenile s’incontrano numerosi stabilimenti balneari, lidi, chioschi e attività di ristorazione che rendono piacevole e confortevole la permanenza in spiaggia durante il periodo estivo. Il tratto di mare prospiciente Pescoluse presenta fondali bassi fino a pochi metri dalla riva, che poi diventano più profondi ma con molta gradualità.

Dal Parco dei Gigli, così chiamato per la presenza dei gigli spontanei che popolano le dune di sabbia, occorre spostarsi verso la litoranea in direzione nord.

Per raggiungere il primo punto d’interesse, orientati con la vista verso il mare, bisogna proseguire a destra, per poi, al termine della strada, girare nuovamente a destra; infine, una volta giunti alla rotatoria, prendere la terza uscita che conduce sulla litoranea, la strada provinciale 91, ovvero voltare strettamente a sinistra. Si consiglia di mantenere il lato sinistro della carreggiata in quanto dopo 330 metri dalla rotatoria e qualche metro prima della famosa e ben visibile sdraio gigante di un noto stabilimento balneare di Salve, occorre individuare un preciso punto di accesso per entrare nella campagna. Qui si troverà, a circa quaranta metri dalla strada asfaltata, un primo, importante testimone del tempo passato: il dolmen Argentina-Graziadei (1).

Il dolmen – costituito da blocchi di consistenti dimensioni – presenta, rispetto al piano del terreno su cui sorge, un volume esterno sopraelevato, mentre la base dell’interno si situa ad un livello inferiore. È difficile stabilire quale funzione avesse, anche se la più plausibile è quella funeraria: il suo uso infatti è soltanto ipotizzabile in quanto non si sono rintracciati, all’interno, resti di ossa o di vasellame – evidentemente asportati in età antica, poiché la fossa all’interno, scavata nella roccia per una profondità di poco più di un metro, risultava già vuota nel 1968, anno della scoperta del monumento. Oltre a questa struttura inusuale, per metà ipogeica e per metà apogeica, si aggiunge un altro elemento insolito: l’orientamento della sua apertura. Di solito i dolmen hanno un orientamento verso est; al contrario, il dolmen Argentina – Graziadei si rivolge a ovest, come se i congiunti del defunto, in un atto estremo di pietà e di affetto, avessero voluto regalare al proprio caro la vista verso il tramonto sul mare, indubbiamente più suggestivo rispetto all’alba.

È difficile datare queste strutture in assenza di riscontri archeologici; tuttavia, si potrebbe azzardare una collocazione tra la fine del III e l’inizio del II millennio a.C. come sembra di poter dedurre dagli stessi blocchi, saldati l’uno all’altro: tale processo chimico di disgregazione della roccia e conseguente saldatura può avvenire solo lungo un arco temporale molto esteso.

Proseguendo ancora sulla strada provinciale 91 verso nord, ad un km di distanza dal dolmen Argentina – Graziadei ci imbattiamo in un monumento simile: il dolmen Cosi, che purtroppo attualmente versa in uno stato di tale degrado che è quasi impossibile separarlo dall’ambiente circostante fornendone una corretta e appropriata lettura. Lo “sfortunato” dolmen è stato manomesso già dalla prima ora del suo rinvenimento; conservatosi per millenni, la sua scoperta ne ha decretato, paradossalmente, la fine. Infatti, secondo il racconto dei suoi scopritori, Giovanni e Paolo Cosi, le foto e i rilievi metrici attirarono in quei giorni dell’agosto 1968 alcuni curiosi che compromisero la struttura. Per timore che le acque piovane portassero via la terra smossa, i Cosi si misero a setacciarla rinvenendo, come si evince dai loro stessi racconti, delle “ossa lunghe umane, sei denti, cocci di terracotta grezza, cocci di terracotta fine e un frammento di ossidiana”.

In base ai risultati delle comparazioni, i frammenti dei vasi, di cui si conservano le foto, possono essere attribuiti al Bronzo medio iniziale, ovvero 3.600-3.500 anni fa.

Proseguendo dall’altra parte della strada, s’imbocca il sentiero sterrato che, come una lama, attraversa la località “Macchie don Cesare”, leggermente in salita. Qui la storia ama nascondersi sotto ai nostri piedi: tutt’intorno, laddove sembrerebbe esserci soltanto pietrame e una terra lasciata improduttiva dai contadini e usata unicamente nei secoli scorsi per il pascolo, si estende una delle necropoli più importanti del Mediterraneo.

In un’area di circa cento ettari d’estensione sono stati individuati ben 91 tumuli funerari, la cui scoperta è avvenuta nei primi anni del duemila. Da sempre questi mucchi di sassi erano stati considerati semplici spietramenti da parte degli agricoltori e sono rimasti dunque pressoché ignorati per millenni, preservando così il sito.

Gli scavi archeologici, complessivamente durati quasi dieci anni e conclusi per il momento nel 2014, su 12 tumuli hanno dato dei risultati che hanno aggiunto nuove conoscenze all’archeologia. La peculiarità, oltre alla vastità dell’estensione, è che viene attestata per la prima volta la compresenza, in una stessa fossa, del rito dell’incinerazione e dell’inumazione: i corpi dei defunti venivano cremati oppure sepolti.

La necropoli di Salve, secondo datazioni di carboni e resti umani, ebbe un uso di almeno 1000 anni, dalla metà del IV millennio fino agli ultimi secoli del III millennio a.C. (2).

Una volta arrivati alla congiunzione con la strada asfaltata, si prosegue girando a destra. Volgendo lo sguardo indietro, si riesce ad abbracciare un orizzonte molto vasto: sicuramente merita una foto Masseria Don Cesare, silenzioso ed unico testimone di tutta l’area a cui dà il nome (3).

Facendo un confronto con le immagini più datate ci si accorge che il complesso della masseria, anno dopo anno, si sta arrendendo al tempo che scorre, e la sua sagoma viene sempre più rosicchiata da inarrestabili crolli. I suoi ruderi d’estate sono circondati dal giallo delle stoppie piegate dal vento che formano una dorata distesa, contrastante cromaticamente con il blu intenso del mare e del cielo all’orizzonte.

Questa zona, posta in altura, permette di arrivare a osservare la costa a sud, con le sue numerose abitazioni che guardano il mare: si immagina la confusione e il caos estivo dell’orizzonte balneare qui dove, per contrasto, il silenzio circonda invece il meravigliato spettatore.

Al di là di una staccionata lungo il perimetro della strada è possibile osservare da vicino il tumulo numero sette. Il tumulo è stato oggetto di scavo ed è l’unico a essere visibile al pubblico, ben segnalato e illustrato anche da pannelli esplicativi. La struttura messa in evidenza è una cista litica, all’interno della quale sono stati individuati nove livelli relativi, i cui dati attestano che venne usata dal 3100 al 2300 a.C. La fossa servì a contenere i corpi di circa una cinquantina di individui e doveva avere carattere di monumentalità; inoltre, poco distante, una fossa cultuale testimonia come in loco avvenissero dei riti funebri articolati.

 

Dalla casa dei defunti, alla casa…dei vivi, ma sempre in epoche lontanissime.

Proseguendo sulla strada asfaltata, ancora diverse centinaia di metri dopo, in direzione nord, è possibile fare un ulteriore salto temporale, andando ancora più a ritroso. In un fondo agricolo, sul lato destro, si apre infatti Grotta Montani, abitata nell’età del Paleolitico medio e Paleolitico superiore. Con un po’ di fantasia, partendo dai dati materiali, è facile ricostruire delle scene di vita quotidiana.

Molto probabilmente avremmo visto, un giorno di 70.000 anni fa, gruppi di Neanderthal che usavano la grotta come abitazione (4). Intorno a loro, in un clima molto diverso dall’attuale, saremmo stati in compagnia di elefanti, rinoceronti, buoi, in movimento verso un ruscello poco distante. Con l’aiuto del fuoco e creando artificialmente delle insidie nel terreno, gli uomini riuscivano a cacciare questi grandi animali, che poi macellavano grazie agli strumenti in selce. Proprio sul campo antistante la grotta, la grande quantità di ossa e pietre scheggiate rinvenute fanno infatti supporre un vero e proprio sito di macellazione.

Nel punto in cui la strada asfaltata (e non c’è rischio di perdersi nei meandri delle strade di campagna: il percorso è pressoché obbligato) ne interseca perpendicolarmente un’altra, bisogna girare a destra. Negli appezzamenti di terreno, sempre sul lato destro, sono presenti altre grotte, come Grotta Febbraro e Grotta Marzo.

Purtroppo esse non sono accessibili in quanto ricadenti in proprietà private, ma è doveroso menzionarle proprio per la loro importanza di “monumenti” che ricordano, per motivi diversi, di quanto lontano nel tempo abbia origine la vita del luogo.

Grotta Febbraro, così chiamata dal nome del proprietario del fondo, è attualmente collocata ad un altezza di 72 metri sul livello del mare e a più di un chilometro e mezzo dalla linea di costa (5). La presenza del cosiddetto deposito tirreniano, ovvero una concrezione di sabbie e di piccole conchiglie al suo interno, rappresenta l’indizio che il livello del mare, durante il periodo interglaciale di Riss-Würm, si era innalzato fino a lambire l’ingresso della grotta. Siamo a 130.000/80.000 anni fa.

Sulle pareti di Grotta Marzo, invece, si notano dei pittogrammi in ocra rossa, tracciati dalla mano di qualcuno che però non si riesce a collocare nella scala temporale, dal momento che mancano delle indagini archeologiche ad hoc (6).

Una volta arrivati sul punto più alto di Spigolizzi, ad accogliere i visitatori, sul parapetto del terrazzo di una masseria, c’è il profilo di un gatto intagliato nel marmo: siamo arrivati alla Masseria di Spigolizzi, anche conosciuta come “masseria degli inglesi”. La Masseria di Spigolizzi è molto nota ai salvesi (e non solo a loro) per via dei suoi illustri abitanti: Norman Mommens e Patience Gray (7).

Artisti e intellettuali, dopo aver girovagato e vissuto esperienze in vari Paesi del Mediterraneo, nel 1970 scelsero Spigolizzi come loro dimora definitiva.

Norman Mommens, nato nel 1922 da padre fiammingo e madre inglese, viveva di scultura, riuscendo a rielaborare forme morbide da materie fredde come il marmo di Carrara, il tufo salentino e le pietre della Grecia. Prima di Spigolizzi visse per un lungo periodo nell’Isola di Naxos e sposò in prime nozze la pronipote di Charles Darwin, Ursula Darwin, grazie alla quale conobbe il saggista Leonard Woolf, marito di Virginia Woolf.

Patience Gray era una giornalista che collaborava con diverse testate inglesi, tra cui l’Observer, giornale per il quale negli anni ’50 curava una rubrica dedicata alle donne.

Quando si stabilirono nel Salento, scelsero di vivere una vita semplice, come lo era stata in passato quella di tanti abitanti del posto, che però in quegli anni si stava affacciando alla modernità. Coltivavano da sé i legumi e gli ortaggi e raccoglievano le numerose erbe spontanee che trovavano abbondanti sulla collina. Patience era anche diventata celebre per aver scritto dei libri, divenuti best seller, proprio su questo aspetto. Uno di questi, il libro di cucina “Honey from the weed”, ha venduto decine di migliaia di copie ed è stato più volte ristampato. Alla domanda sul perché non ne esistesse una traduzione in italiano, Patience rispondeva che gli italiani non avevano bisogno di libri di ricette, in quanto le loro proverbiali abilità culinarie sono insite nel loro stesso DNA.

Per trent’anni, nella quiete di Spigolizzi, la vita è stata scandita da lavori agricoli durante i quali avvenivano però anche importantissimi scambi culturali: si parlava di arte, archeologia, astronomia, politica e attivismo ambientale. Il ricordo e le tracce di quegli anni e delle esperienze sembrano echeggiare ancora oggi nelle stanze un tempo abitate da Norman e Patience, ora custodite con cura dagli attuali proprietari, Nicholas Grey e la sua compagna Maggie Armstrong.

Qualche decina di metri prima dell’ingresso della masseria, sul lato destro, alla fine dell’(unico) muretto a secco, si imbocca la strada non asfaltata sulla destra che permette di accedere al pianoro di Spigolizzi. Qui si può osservare un tipico paesaggio di pietra con le sue numerose pajare, ripari che i contadini usavano abitare durante il periodo estivo – stagione in cui il lavoro agricolo si intensificava – consentendo loro di evitare di perdere tempo in trasferte quotidiane dal paese.  Un tempo questo lembo di territorio era attraversato da un tipo di selvaggina e in generale da animali che sembrano così distanti, per tipologia, da quelli che vi si possono incontrare oggi.

Qualche sparuto carrubo e il profumo del timo selvatico e dei brufichi (fichi selvatici) accompagnano la discesa, dove a un certo punto la strada sterrata cede il posto all’asfalto che agevola il cammino. Siamo in via Brufichi, e poi in via Celle. Svoltando per la seconda strada a destra ci si immette su via Fani, dove, pochi metri dopo averla imboccata, si noterà una liama (tipica costruzione a secco di forma tronco-piramidale) sul lato destro. La liama è fiancheggiata da un sentiero che conduce al letto del canale Tariano, conosciuto anche come Taviano o Muscio.

Si tratta di un percorso impegnativo a tratti ma veramente ripagante, dove il paesaggio rurale lascia il passo a una natura meno manipolata dall’uomo. Lungo il tragitto, dopo poche centinaia di metri, s’incontrano dei ripari sottoroccia che confermano, dai ritrovamenti in superficie, come questo luogo fosse frequentato nel paleolitico: qui gruppi umani cacciavano gli animali che scendevano nel torrente per abbeverarsi, torrente che si formava durante le piogge. Antiche fornaci di epoca romana testimoniano ancora come il luogo venne frequentato successivamente. L’acqua, l’argilla, il legname, erano materie prime facilmente reperibili nei dintorni e con le quali plasmare e dare vita a utensili in terracotta, soprattutto le tegole per la copertura delle case, e alle stoviglie di uso comune che potevano servire alla vita in una domus rurale.

Al termine del canale occorre superare un dislivello di quota e attraversare un tratto che permette di raggiungere l’altro canale che scorre parallelo: si tratta del canale dei Fani, famoso per la presenza di un ruscello alimentato da alcuni sorgenti di acqua dolce, a portata perenne (8).

Una legge del 1884 la inserisce in una lista di 16 fonti di acqua dolce, nella Provincia di Lecce, che sono destinate a uso pubblico: ecco il motivo per il quale l’accesso, pur immettendo in un fondo privato, deve essere consentito a tutti.

Questo secondo canale, che si congiunge con canale Tariano un po’ più ad ovest, essendo più ricco d’acqua in maniera costante ha permesso la proliferazione di una vegetazione ancora più lussureggiante e tipica di luoghi umidi. Si trovano specie vegetali come gli acanti e le canne palustri, mentucce selvatiche e giunchi che bordano il letto del piccolo corso d’acqua.

Risalendo il canale si trovano, sul lato destro, delle piccole cavità, la più nota delle quali è la Cripta di Pantaleone, non sempre facilmente individuabile e raggiungibile a causa della vegetazione spontanea che con esuberanza prolifera e spesso occlude l’apertura della piccola grotta. L’interno è composto da due piccoli ambienti sulle cui pareti sono riconoscibili, con molta fatica, delle figure di santi, barbuti e con l’aureola. Accanto a uno di essi, è leggibile una scritta, “Panta”, che sembra alludere a San Pantaleone, figura molto cara ai monaci italo-greci che qui probabilmente celebravano i propri riti.

Il canale si estende ai piedi della “Chiusa”, a sua volta dominata dalla Masseria Fano, edificata nel 1577 dai Gonzaga di Mantova, signori di Alessano. La “Chiusa” è un piccolo pianoro – in realtà una cittadella fortificata di un abitato oramai scomparso: gli abitanti di Salve la chiamano, secondo una tradizione storiografica cinquecentesca, Cassandra (9).

Una campagna di scavi è stata condotta alla fine degli anni ottanta da un’equipe di archeologi australiani, che hanno ricostruito le vicende di quest’antico insediamento, esteso circa 3 ettari e cinto da un’imponente muraglia, sul cui basamento oggi passa la strada (asfaltata per un tratto). Le indagini di scavo ci raccontano che questa città ha avuto periodi di abbandoni e di ripopolamenti; sono stati rinvenuti oggetti cultuali prevalentemente locali ma anche provenienti da Corfù. Le vicende di Cassandra si interrompono intorno al 470 a.C., forse in conseguenza dei rapporti sempre più tesi tra i Messapi e i Tarantini, e si suppone che questo sito venne abbandonato non in conseguenza di una distruzione violenta ma per scelta dei suoi stessi abitanti, che si trasferirono a Vereto, una città più grande, poco distante e meglio protetta.

Riprendendo l’ultimo tratto di strada che permette di ritornare al punto iniziale, lungo il percorso, è bello ricordare che queste campagne, oggi quasi del tutto condotte ad uliveti, in passato ospitavano dei ricchi vigneti da cui si ricavava un vino aromatico e inebriante. Proprio in località Fano, in un fondo denominato Terramascia, nei primissimi anni ’30 un contadino, mentre stava effettuando lo scasso per impiantare un vigneto, ha rinvenuto un tesoretto. Cento monete, circa, coniate in diverse città greche e magnogreche, databili dal VI al III sec. a.C., erano state messe insieme in un piccolo contenitore di terracotta. Attualmente le originali sono conservate presso il Museo Archeologico Nazionale di Taranto, mentre le copie si conservano e sono visibili presso il Centro di Documentazione di Salve, a Palazzo Carida-Ramirez.

Si conclude così il nostro percorso tra grotte, cavità, tumuli: luoghi che hanno suscitato un’attrazione irresistibile per l’uomo, che li ha considerati sempre una casa, quando ancora, a più stretto contatto con la natura, non aveva elaborato un sistema di tecniche adatto per costruire un riparo per sé e per i suoi simili.

E come una casa è simbolo di vita e protezione, così il ritorno alla terra e al suo sistema simbolico lo si può vedere nei tumuli funerari, quindi anche nel momento del lutto e della scomparsa. Solo in tempi più recenti le grotte, forse nel momento in cui l’uomo aveva perso familiarità con esse, iniziano ad avere una connotazione sinistra. Entità misteriose, connesse al buio e quindi alla sfera semantica e psicologica della paura e del mistero, sono il luogo d’elezione dove avvengono fenomeni straordinari e sovrannaturali. Intorno a esse la fantasia popolare ha avuto modo di sbizzarrirsi, come nelle leggende sorte intorno grotta delle Fate, un inghiottitoio carsico presente in queste contrade (10).

I racconti riportano che nelle sue prossimità, infatti, si manifestassero queste creature fiabesche, ragazze bellissime e giovani che suonavano melodie arcane. Una leggenda molto conosciuta a Salve racconta di un giovane pastore il quale, entrato nella cavità per inseguire alcune pecore sfuggite al gregge, intravide una macina di pietra. Al posto delle olive c’erano però dei sassolini d’oro; per incanto la macina si mise in moto, producendo una sottile polvere dorata. Il pastorello corse immediatamente in paese per informare i salvesi del prodigio, e alcuni di loro decisero di seguirlo per verificare la notizia. Una volta giunti all’interno della grotta, constatarono in effetti la meraviglia e si precipitarono a toccare la polvere preziosa. Ma proprio in quel momento la macina si fermò, l’oro si trasformò in polvere, e sulla macina comparve la scritta: “Pòppiti ca avutru nù ssiti, taniti l’oru e no lu sapiti” (“Contadini” – ma anche “stolti”: poppiti è la parola in dialetto che connota gli abitanti delle campagne, ed è anche sinonimo di rozzezza – “che non siete altro, vivete nell’oro e non lo sapete apprezzare”).

L’oro, per metafora, è quello liquido dell’olio d’oliva, che è la vera ricchezza e l’espressione più tipica del territorio salentino: un monito, questo, a godere con riconoscenza di una risorsa preziosa regalata dalla terra.

 

località interessate: territorio di Salve

distanza:  km 13,5

mezzo: in bici (mountain bike) o a piedi

difficoltà: media/impegnativa
tempo di percorrenza: in bici 2h; a piedi 3,5 h

La maggior parte dei resti sono subacquei e sono costituiti da un molo frangiflutti formato da pietrame, che conferiva all’insenatura un aspetto molto più pronunciato verso l’acqua, così come numerosissimi, adagiati in acqua, sono i frammenti di anfore, preziosi carichi delle navi naufragate al largo.

Ancora una volta, occorre un esercizio di fantasia: sul promontorio che chiude a sud-ovest l’approdo, laddove si intravede oggi un’elegante dimora privata, un tempo sorgeva una delle tanti torri di avvistamento che puntellavano, a guardia del territorio, tutta la costa salentina. Quella torre cinquecentesca non esiste più, demolita agli inizi del Novecento, così come una tonnara, chiusa definitivamente intorno al 1960. Allo stesso modo, laddove oggi si sente solo il rumore delle onde che si infrangono sugli scogli, e il vociare umano nel periodo estivo, un tempo, ogni 15 marzo, fino all’epoca medievale “in questo porto (…) accorrevano genti straniere d’Africa e da altri luoghi che adoravano per loro dèi li serpenti e li dragoni. Venivano mercadanti barbari, mori, turchi e di qualsivoglia altra nazione a negoziare, a vendere, a comprare” (Luigi Tasselli).

 

località interessate: Morciano, Patù, Vereto, Canale Volito, San Gregorio

distanza: 9 km

mezzo: a piedi

difficoltà: turistico
tempo di percorrenza: 5 ore e mezza

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