Da Corsano alla sua marina per raggiungere le conche di sale

Santu Làsi”! “Santu Lààsi!”: …un tempo, si poteva udire alcuni bambini lanciare per le vie e i vicoli di Corsano queste grida. Apparentemente invocavano il nome di San Biagio, il patrono del paese, ma le massaie, dall’interno delle case, riconoscevano il significato di un nome che era in realtà una sorta di parola d’ordine: afferrate poche monete, socchiuso l’uscio della porta, le donne richiamavano con fare circospetto i ragazzini, scalzi, e acquistavano da loro… pugni di sale. Questo elemento, oggi per noi consueto e di poco valore vista la sua odierna, facile reperibilità, fino a pochi anni fa era gravato dal Monopolio di Stato, tanto che a Corsano era oggetto di un mercato nero, fiorente soprattutto verso la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento.

Le suggestioni regalate da questo itinerario ci raccontano di un Salento dove alle difficoltà di sostentamento naturali si aggiunsero, storicamente, quelle degli uomini stessi. Percorrendo i sentieri digradanti verso il mare, non è difficile immaginare di sentire e di vedere camminare incontro quegli stessi bambini, con in mano una canna palustre e attenti a condurre pecore e capre al pascolo. I loro richiami avevano il compito di avvertire gli adulti che li seguivano, e che trasportavano i carichi più consistenti di sale, della possibile presenza delle forze dell’ordine impegnate a contrastare il commercio illegale del derivato dell’acqua marina. Si trattava di una vera e propria lotta tra guardie e ladri, contrabbandieri e finanzieri, con un dispiegamento di uomini a volte spropositato in relazione alla consistenza demografica di questo abitato.

Il nostro itinerario inizia appunto qui, da Corsano, Comune del basso Salento a ridosso della costa adriatica. Anche in questo caso, stabilire l’etimo è un’impresa assai ardua: come nome beneaugurante, per indicare la salubrità del luogo, deriverebbe secondo la tradizione dall’unione delle parole “cor” e “sano”; secondo un’altra teorica, che segue una ben nota prassi etimologica già usata ampiamente per altre località, deriverebbe inveve dal nome del centurione romano Cortius, al quale fu affidato il territorio in seguito alla conquista romana della penisola salentina.

Partiamo da Località Pozze, che possiamo raggiungere in macchina seguendo le indicazioni per la Scuola Materna, i segnali stradali o il navigatore.

Situata nei pressi di un probabile insediamento agricolo di età bizantina, la zona Pozze è caratterizzata da una serie di pozzi collegati a un’unica falda di acqua sorgiva. Questo particolare fa sì che, pur presentando delle profondità di scavo diverse, l’acqua all’interno dei pozzi sia sempre allo stesso livello. Oggi il piccolo parco ospita la statua di San Pio e l’area viene usata come location per la Sagra Agreste che si svolge il 7 agosto di ogni anno.

Proseguiamo in direzione Santa Maura seguendo la strada comunale Pozze-Santa Maura, lungo la quale iniziamo a vedere le prime costruzioni rurali, le pajare, i fondi agricoli circondati da muretti a secco.

Nel periodo estivo, quando la campagna offre i frutti più golosi, possiamo assaggiare i fichi, di cui il Salento è ricco con decine e decine di varietà, le more o le carrube (in dialetto còrnele). Le carrube sono un frutto interessante, dalle moltissime proprietà, usato fin dai tempi più antichi come sostituto del cacao e attualmente come addensante nell’industria dolciaria.

Se la passeggiata avviene in orario serale o notturno, non è raro incrociare qualche volpe, uscita dalla tana in cerca di piccole prede.

Seguendo la strada asfaltata il percorso ci conduce alla Cappella di Santa Maura, una semplice chiesa rurale che dà il nome all’intera zona. All’ombra degli alberi, sulle panchine, ci si può concedere una sosta osservando tutti gli elementi circostanti del paesaggio.

Il culto di questa Santa orientale, come orientali sono il patrono e la titolare della parrocchia di Corsano, ovvero S. Biagio e S. Sofia, fu introdotto da alcuni marinai, che la tradizione popolare vuole scampati a un naufragio e originari degli stessi luoghi di provenienza delle figure venerate. La cappella si trova in aperta campagna, in un vasto spiazzo che domina il mare, come a invocare l’aiuto celeste nei momenti di pericolo. II suo culto è molto antico e la cappella, in verità, è la ricostruzione di un edificio che negli ultimi decenni era ridotto ad un cumulo di macerie. A partire dagli ultimi anni non solo è stato ripristinato il sacello ma sono riprese anche le celebrazioni, che dal 2014 ricorrono il primo maggio e sono arricchite da una fiera e una festa campestre.

Proseguiamo verso est, in direzione boschetto ‘Nzepe, lungo la strada vicinale Sepi fino ad arrivare al piccolo boschetto di pini ed eucalipti. Superato il boschetto, giriamo a destra sulla strada sterrata. Qui possiamo ammirare il panorama costiero del versante adriatico salentino, dove nelle giornate senza foschia è possibile vedere le montagne dell’Albania e distinguere le isole greche di Othonoi e Merlera, le più prossime alla costa italiana.

Osservando il paesaggio rurale notiamo le numerose pajare e i terrazzamenti che sono stati approntati per poter coltivare lungo il versante orientale, caratterizzato da un’ elevata pendenza. In questo modo era possibile guadagnare all’agricoltura il terreno a ridosso del mare che, per le particolari condizioni microclimatiche, ha il vantaggio di offrire squisite primizie rispetto alle altre coltivazioni del circondario. Tali gradoni di pietra e terra vennero costruiti a seguito dell’istituzione del Catasto Onciario, voluto dal Re Carlo V di Borbone, con la riforma fiscale del XVIII secolo del Regno di Napoli; si prevedeva la cessione al popolo dei terreni più scoscesi, che erano perciò i più improduttivi anche perché ricchi di roccia affiorante. A duri colpi di piccone, martello e scalpello, i massi vennero estratti dal terreno e frantumati in pezzi più piccoli, utili e adatti per realizzare sia i muretti a secco dei terrazzamenti che le parti strutturali delle pajare.

Da qui parte il sentiero ‘Nzepe-Bortoli, che prende il nome dalle due zone collegate dal tratturo. Seguiamo il sentiero in direzione sud dove, superata la prima scalinata, ci immergiamo in un paesaggio unico, circondato da ulivi secolari, lecci, querce spinose e carrubi. Il sentiero prosegue con curve sinuose che accarezzano il declivio della costa ed è sempre delimitato da due muretti a secco, un particolare che sottolinea come il sentiero fosse la via di collegamento tra le campagne nate dai terrazzamenti lungo la fascia costiera.

In primavera il sentiero è punteggiato da una moltitudine di fiori e dal rigoglio delle erbe appena spuntate; si possono raccogliere asparagi selvatici, foje reste (erbe selvatiche commestibili) e, un po’ prima – verso febbraio -, si può degustare la fritta, lo squisito piatto a base di paparina, ovvero il rosolaccio: la pianta del papavero che viene raccolta tenera e stufata con olio, peperoncino ed olive.

In autunno, invece, è suggestivo passeggiare e raccogliere i funghi che crescono lungo il sentiero e sono tipici della macchia mediterranea caratterizzata dalla quercia, come il cardoncello e il leccino.

Il sentiero prosegue sempre in direzione sud, con pochi metri di dislivello, fino a incontrare alcune scalinate, talune anche rocciose, che in discesa potrebbero creare problemi di aderenza soprattutto con il fondo umido (quindi, attenzione!)

A circa 20 minuti di camminata dal boschetto ‘Nzepe arriviamo ad una scalinata in salita, che termina in uno dei punti panoramici più belli del nostro percorso. Da qui è possibile spaziare con lo sguardo fino al Faro di Punta Palascia nel Comune di Otranto. La costa rocciosa della marina di Corsano è bassa, e proprio per questo motivo i corsanesi avevano la possibilità di arrivare a piedi a ridosso del mare per raccogliere il sale dalle conche naturali.

Proprio il sale ha rappresentato un elemento importante che ha caratterizzato un aspetto non solo del paesaggio, ma anche della vita economica e culturale della comunità.

Il sale, infatti, da sempre ha rappresentato una risorsa importante per le popolazioni antiche. Non solo era utilizzato per dare sapore agli alimenti ma, al pari dell’aceto e dell’olio, era un ingrediente che permetteva la conservazione del cibo, un’operazione importante specialmente quando per mancanza di tecniche refrigeranti adeguate non sempre era possibile ricorrere al freddo.

Mezzo di pagamento (si ricordi che non a caso il termine “salario” indicava proprio la retribuzione in sale dei legionari nell’esercito romano) ma anche oggetto di tassazione (nel Cinquecento le esorbitanti tasse sul sale dello Stato Pontificio portarono la popolazione a panificare senza aggiungere questo ingrediente) il sale diventò, un anno dopo l’Unità d’Italia, nel 1862, Monopolio di Stato assieme al tabacco.

Un fatto inconcepibile per una penisola circondata dal mare, il cui popolo aveva il sale a portata di mano, letteralmente sotto casa! Così, se il costo di un chilo di sale si aggirava a fine Ottocento intorno alle 10 lire, i corsanesi, che da sempre lo avevano prodotto, continuarono in questa loro secolare attività e iniziarono a venderlo di contrabbando per metà prezzo. L’attività di frodo si è poi protratta per circa un secolo, fino alla metà degli anni sessanta del Novecento, quando il divario dei costi tra il mercato nero e il mercato legale era così insignificante da rendere non remunerativa la competizione con il Monopolio di Stato.

La coltura del sale è possibile perché gli scogli in riva al mare sono bassi e piatti, con delle cavità naturali scavate dall’acqua; l’unico intervento umano è stato quello di creare dei piccoli canali di comunicazione per facilitare la loro pulizia.

Dopo le ultime mareggiate di maggio le saline naturali sono pulite e piene di acqua salata. Grazie all’azione del sole, per effetto dell’evaporazione, l’acqua si riduce e i cristalli di sale precipitano, aggregandosi: si crea un sottile strato di sale che viene raccolto e spostato nelle conche più in prossimità del mare, poi messo a scolare nei cesti tradizionali (i panari) e infine messo in sacchi di iuta e trasportato a piedi fino in paese. Proprio quest’attività e l’abilità di camminare a piedi nudi su questi terreni così scoscesi e pietrosi, con dei carichi pesanti sulle spalle, ha valso il soprannome ai corsanesi di “carcagni tosti” (talloni duri) o “scarcagnati” (scalzi).

Superata la scalinata in pietra, il sentiero intercetta il tratturo Scalapreola che scende fino a mare. Giriamo a sinistra dirigendoci anche noi verso le onde mediterranee, e dopo circa 30 metri giriamo di nuovo a destra, seguendo il sentiero sempre in direzione sud.

La seconda parte di percorso è caratterizzata da una macchia mediterranea più fitta, con numerosi alberi di quercia spinosa e di salvia di Gerusalemme – una pianta simile alla salvia comune ma con vistosi fiori gialli. Si tratta della Phlomis fruticosa, chiamata in dialetto sucamèli, succhia miele, in quanto i fiori hanno un nettare dolcissimo.

Ancora procedendo lungo il sentiero arriviamo ad una discesa rocciosa dove bisogna aiutarsi con le mani per proseguire, ci si immerge in una fitta vegetazione per poi risalire, e da qui il percorso ritorna semplice come in precedenza. Dopo una nuova discesa rocciosa bisogna prestare attenzione al bivio: qui proseguiamo verso destra (perché se invece si prendesse il sentiero che scende verso sinistra si scoprirebbe che il tracciato si interrompe dopo una cinquantina di metri).

Da qui è possibile vedere in lontananza Torre Specchia Grande, punto di riferimento e di passaggio del nostro percorso. Superate le ultime querce spinose inizia l’ultima salita verso la Torre.

Voluta da Carlo V di Borbone, come tutte le torri di avvistamento che contornano le coste salentine, Torre Specchia Grande sorge a 127 m s.l.m., su un promontorio roccioso caratterizzato da una bellissima vista panoramica.

Costruita per difendere il territorio salentino dagli attacchi dei Saraceni, è stata edificata nel 1584. Negli anni della Seconda Guerra Mondiale è stata utilizzata come deposito e avamposto bellico per poi diventare, negli anni ’70 del XX secolo, sia pure per brevissimo tempo, un ristorante. Attualmente ospita un centro culturale animato da alcune associazioni locali, dove è possibile sostare per leggere un libro, bere un caffè o degustare qualche tarallo salentino accompagnato da una birra.

Da Torre Specchia Grande possiamo ritornare al punto di partenza.

Seguiamo la strada sterrata che dalla Torre porta a quella asfaltata, quindi giriamo a destra verso Località Santa Maura percorrendo la via comunale Cazzamendola. Lungo il tragitto, a circa 500 metri dalla strada sterrata della Torre, vi sono gli ulivi più vecchi della zona, con i rami che intrecciandosi danno agli alberi delle forme bizzarre e fantasiose.

Procedendo verso nord troviamo sulla nostra destra la Masseria della Comune, dove un pastore della zona alleva pecore, capre e cavalli per produzione locale di carne e formaggi.

Arrivati infine alla Cappella di Santa Maura proseguiamo verso sinistra seguendo la strada Pozze-Santa Maura, che ci riporterà in località Pozze dove è iniziato il nostro percorso.

località interessate:

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tempo di percorrenza:

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