Dal ponte del Ciolo a Marina di Novaglie, accompagnati dalle essenze del Mediterraneo

Il percorso regala colori diversi a seconda dei diversi momenti della giornata in cui lo si intraprende: il sole, dalla mattinata fino al primo pomeriggio mette in evidenza ogni dettaglio, mentre quando inizia a scendere dietro le falesie, nel pomeriggio, regala una luce più dolce e soffusa, proiettando lunghe ombre. Le temperature percepite, in primavera, qui sono sensibilmente più alte che altrove proprio per il riparo offerto dall’alta costa e il riverbero della luce: particolari non di poco conto da tenere in considerazione nel periodo estivo!
Camminando, si ha la possibilità di osservare l’andamento sinuoso della costa, formato da anse e insenature, che in questo tratto si presenta alta. In giornate particolarmente terse è possibile constatare come la penisola salentina non sia affatto isolata, ma sia al contrario un lembo di terra proteso davvero verso il centro del Mediterraneo, circondata da altre terre. Quando soffia un pungente vento di tramontana, infatti, compare sullo sfondo dell’orizzonte ad est il profilo della catena dei Monti Acrocerauni in Albania; a sud-est fa la sua comparsa l’isola di Othonoi (Fanò), mentre a nord si scorge Punta Palascia, la località più ad est d’Italia.
Lungo il tragitto, all’incirca verso metà percorso, lanciando uno sguardo in basso cercando l’acqua, in mezzo agli scogli, è possibile osservare dei massi particolari: sono i cosiddetti “massi erratici”, delle enormi pietre che sono stati spostati in quella posizione da una forza incredibilmente potente, quale ad esempio quello di uno tsunami. I massi erratici sono la testimonianza, infatti, di come la penisola salentina, notoriamente zona classificata a basso indice di sismicità, sia stata interessata in passato, da fenomeni tellurici considerevoli seppur indirettamente. Infatti, il 20 febbraio 1743, si verificò un terremoto con epicentro nel Canale d’Otranto che ebbe effetti disastrosi soprattutto nella cittadina di Nardò, dove si contarono dei morti, feriti e danni a chiese ed abitazioni civili. In concomitanza con questi effetti sulla terraferma, si verificò anche un’onda anomala, dell’altezza di circa 15 metri, che riuscì a spostare massi di svariati quintali portandoli ad un livello di costa più alto. Dai documenti storici non ci sono notizie di feriti o danni rimarchevoli a cose in questa porzione di territorio solo perché all’epoca esso era scarsamente abitato.

Ponendo attenzione alle pietre che affiorano sulla terra rossa, o che compongono i muri che costeggiano il sentiero, è possibile scorgere frequentemente delle macchie color ruggine o verdognole. Ebbene, non sono colorazioni dovute alla presenza di muschi e licheni, ma la traccia di antiche concrezioni di coralli e madrepore in epoche remote: queste rocce, dai 25 ai 15 milioni d’anni fa, erano coperte da acque marine e ospitavano sulla propria superficie delle vere e proprie colonie coralline, che proliferavano grazie ad un clima più caldo di quello attuale.

Tra una pajara e una mantagnata, tra una liama e un muro paralupi, stiamo per giungere quasi al termine del nostro percorso tra la marina del Ciolo e quella di Novaglie. Pochi metri ci dividono da tre ampi ambienti e dal magico scenario regalato della Grotta delle Cipolliane, e sono gli ultimi metri più impegnativi. Il sentiero attrezzato infatti non ha asportato nulla degli elementi naturali presenti sul cammino, ma si è modellato rispettosamente su di essi. Reggendosi al corrimano della staccionata, è necessario porre particolare attenzione nello scendere da un masso dalla superficie molto inclinata. Qui, è come se la natura avesse voluto proteggere l’incanto che si schiuderà alla vista a breve. Infatti troviamo una strettoia formata dalla fenditura di una roccia, una sorta di porta iniziatica attraversando la quale, si accede ad una dimensione magica. Ancora una volta, osservando le pareti rocciose intorno, si noteranno altri particolari vegetali che sono peculiari di questa fascia posta ancora più vicina al mare, più battuta dai venti e dalla salsedine, come la bieta marittima, l’alisso di Leuca, il kummel di Grecia, il critimi o finocchio di mare, specie alofita commestibile e molto apprezzata e licheni, dalle insospettate proprietà tintorie sfruttate fin dal Neolitico. Se si effettuerà questo itinerario in tarda estate, si avrà la fortuna di assistere allo sbocciare delle corolle viola della campanula versicolor pugliese. Ma è l’odore pungente delle cipolle selvatiche che attirerà l’attenzione, e non a caso esse danno il nome a tre ripari che si aprono sulla falesia esposta ad est: le Grotte delle Cipolliane. Il mare Ionio, che qui è chiamato dai pescatori locali “mare spunnatu”, letteralmente “mare senza fondo”-cioè mare profondo perché a pochi metri della costa presenta delle profondità considerevoli (30-60 metri)- oggi bagna i piedi della parete rocciosa 30 metri più in basso, ma nello scorrere delle ère ha avuto oscillazioni altimetriche importanti, modellando paesaggi con caratteristiche fisiche assai diverse tra loro.

Nel Terziario, (65-1,8 milioni di anni fa) il mare invadeva con prepotenza gli ambienti, come si vede dalle numerose conchiglie delle specie pecten e rudiste, alcune dalle dimensioni evidenti, sedimentate nella calcarenite che compone le grotte.
Circa 10.000 anni fa, alla fine della glaciazione di Würm, eravamo in presenza di un clima freddo: il mare si presentava in regressione, mettendo in luce una fascia costiera di ben circa 10 chilometri, attualmente sottomarina, sulla quale avremmo visto formarsi delle dune di sabbia antistanti alla grotta. I venti di scirocco che spiravano, allora come oggi, con forte intensità, avrebbero portato all’interno della grotta dei depositi di granelli che ancora oggi è possibile osservare. All’epoca saremmo stati spettatori di una fauna tipica di un ambiente freddo e di mammiferi che oggi ritroveremo ad altre latitudini, perciò in un ambiente mediterraneo avremmo visto transitare tranquillamente branchi di pinguini (alca impennis), mammuth, rinoceronti lanosi.
Camminando all’interno della Grotta delle Cipolliane, ovunque si poggi il piede, non si può fare a meno di calpestare minute selci del Paleolitico superiore, quali grattatoi e lamelle, frammenti fossili di ogni genere e gusci di molluschi bivalvi. Nell’area antistante la grotta, in superficie, l’abbondanza di questi manufatti preistorici e di schegge di ossa animali, fa supporre che esso fosse un vero e proprio sito di macellazione, così come gli archeologi ipotizzano che le due cavità più piccole fossero usate in questo passato così arcaico come santuario, con riti legati all’acqua che stilla ancora oggi dalle volte e dalle fessurazioni, formando cenni di stalattiti dalle volte.
E del resto, come dare torto a questa scelta degli uomini di un tempo? Il verde-turchino del mare a mezzogiorno, colore dissetante alla vista nella calura estiva, brilla attraverso i rami delle euforbie e sprigiona un magnetismo misterioso e irresistibile, da sempre e per sempre.
Ora si torna indietro e inizia la risalita. Al di là dello scivolo roccioso, un cartello segnala la prosecuzione del sentiero in direzione di Marina di Novaglie, su un terreno più aperto che si restringe nuovamente su uno striscio di costa. Toccato il filo di un panoramico crinale si giunge al termine del sentiero, al cospetto di ruderi di una cinquecentesca torre costiera.

 

località interessate: Gagliano del Capo, Canale del Ciolo, Sentiero delle Cipolliane, Marina di Novaglie

distanza: km 5

mezzo: a piedi

difficoltà: turistico

tempo di percorrenza: 3 ore