Salire e scendere da Macurano, passando per San Dana e Montesardo

Salire e scendere, luce e buio: nel percorso che ci accingiamo a compiere saranno le azioni e gli elementi che caratterizzeranno questo viaggio.

L’elemento vegetale più diffuso nelle campagne del Capo di Leuca è senza dubbio l’ulivo – e le olive, che nascono e crescono in aria, nate dalla linfa e dalla terra, alla terra ritornano quando si trasformano in olio. Infatti, fino all’inizio dell’Ottocento, era consuetudine adibire a frantoi i luoghi ipogei, creando cavità artificiali nel sottosuolo o sfruttando quelle naturali di cui il Salento è ricco.

Il percorso inizia da Macurano, località in periferia di Alessano, lungo la Strada provinciale 210. Ai piedi di una delle località più alte del Salento, Montesardo, il cui nome è da porre in relazione al latino “mons arduus” cioè collina ripida, il villaggio rupestre di Macurano ha una storia che inizia dall’età bizantina. Qui si era formata una piccola comunità dedita all’agricoltura, grazie all’abbondanza di acque provenienti proprio da Montesardo e convogliate in cisterne attraverso un sistema di canalizzazione ancora in parte visibile. Secoli dopo, di fianco al villaggio rupestre, sorsero le Masserie di Santa Lucia e di Santo Stefano, ancora oggi abitate e sede di attività ricettive e produttive. Del resto, lo storico locale Cosimo De Giorgi scriveva, all’inizio del secolo scorso, che “la campagna che circonda Montesardo è molto produttiva, specialmente la pianura del Macurano”.

Lasciata alle spalle la S.P.210 ed entrati nell’insediamento, si avverte fortissima la consapevolezza di ripercorrere probabilmente uno dei tratti viari più antichi del territorio, quella “Via Sallentina” che risaliva verso Castro e Otranto dopo aver lambito l’abitato di Vereto più a ovest. Guardando attentamente a terra, infatti, davanti ai nostri stessi piedi si scorgono ancora i solchi lasciati dal passaggio di ruote, segno di intensa frequentazione del luogo.

Il sito risulta oggi abbandonato ma non è difficile immaginare quanto un tempo potesse essere brulicante di vita, quando le grotticelle erano adibite a ripari e abitazioni, e alcune di esse ospitavano dei frantoi attrezzati di tutto punto (2, 3): in qualche grotticella sono persino ancora rintracciabili gli elementi principali.

Immaginiamo carri di contadini che portavano il loro carico di olive, raccolte dai campi intorno, e le conferivano all’interno di questi ambienti ipogei facendole passare attraverso le sciave, delle aperture nel terreno che corrispondevano al soffitto di queste cavità. Le olive, una volta depositate in mucchi, erano poi pronte per la lavorazione. Se ne occupava la ciurma, ossia il gruppo di lavoranti che attendevano alle operazioni di spremitura: erano in realtà pescatori prestati alla terra nei periodi in cui non andavano per mare; ecco perché molti termini sono mutuati dal linguaggio marinaresco.

Le olive erano prese e poste su un basamento circolare, dove una grossa macina di pietra calcarea le frangeva; la macina aveva un foro nella parte centrale, da cui passava una stanga spinta dal mulo o dal cavallo. La pasta così ottenuta era riposta all’interno dei “fisculi” di giunco o di cocco – dei tappeti circolari con una specie di tasca – che venivano impilati e messi sotto pressione nei torchi per una prima spremitura. Il liquido che fuoriusciva, un misto di olio, acqua di vegetazione e depositi, veniva raccolto in un sistema di pozzetti di decantazione per farlo riposare. Al termine del processo interveniva il nachiru, il capo della ciurma, la figura più importante di tutte, che aveva il delicato compito di separare l’olio dall’acqua – per la sua minore densità, il biondo nettare del Salento si raccoglieva a galla – con una specie di piattino di rame leggermente concavo, lu nappu.

Le acque di scarto e la sentina di fondo erano raccolte in vasche che, avendo delle fenditure nella roccia, andavano a perdersi in profondità. I motivi per i quali si preferiva adibire i frantoi in sotterranei come questi era dovuto al fatto che così facendo si utilizzavano ambienti naturali che, in caso di necessità, potevano essere ampliati scavando la roccia friabile, con un minore impiego di risorse economiche; e inoltre tali ambienti, avendo una temperatura costante di 18/20 gradi per tutto l’anno, erano favorevoli al processo di oleificazione.

Il prodotto che si otteneva era un olio di qualità pessima, perché potevano trascorrere parecchie settimane da quando le olive erano deposte nella sciava al momento della frangitura; il caldo, i processi fermentativi e le scarsissime condizioni igieniche contribuivano a creare un olio inadatto all’alimentazione umana, che era perciò destinato ad altri scopi, come la saponificazione e l’illuminazione pubblica. Possiamo anche immaginare quest’olio caricato nelle poste e diretto a Gallipoli, mercato principale per l’esportazione su navi in tutto il Mediterraneo verso l’Inghilterra, Danimarca e Olanda.

Le condizioni lavorative nei frantoi erano precarie e non certamente delle più igieniche, dovendo convivere con i più svariati odori di uomini, animali, lumi, e gli scarti della lavorazione dell’olio stesso. Il lavoro durissimo proseguiva, in condizioni spesso disumane e insostenibili, 24 ore su 24, senza tregua, con turni di riposo che si effettuavano all’interno dello stesso frantoio in modo da non fermare mai il ciclo produttivo.

Allontanandoci dal complesso di Macurano, ci si inoltra per una strada sterrata di un chilometro e mezzo, parallela ai binari delle Ferrovie Sud-Est (4).

Qui si costeggiano alcune pajare, le tipiche costruzioni rurali che nel Capo di Leuca hanno la più alta densità di concentrazione di tutto il Salento. Sulla sinistra è possibile anche scorgere la tipica copertura a botte di una neviera, una costruzione per metà interrata che veniva edificata appunto per conservare la neve. Nei secoli scorsi, infatti, le temperature erano mediamente più basse delle attuali e non erano eventi rari le nevicate; come pure si facevano arrivare dalla vicina Calabria e dal nord della Puglia dei carichi di neve che, pressata in blocchi e isolata con della paglia, era poi stipata in questi ambienti freschi dove si conservava per mesi prima di sciogliersi. Il freddo, infatti, allora come oggi, era un sistema di conservazione importante dei cibi e veniva adoperato anche per scopi medici.

 

Dopo aver percorso un centinaio di metri occorre imboccare il sottopassaggio della ferrovia, fiancheggiando i binari che rimangono sul lato destro. Giunti all’incrocio, girando a destra, la strada è in leggera salita e una sopraelevata permette la viabilità sui binari della ferrovia Sud-est.

Da questo punto di vista particolare e privilegiato si può seguire con lo sguardo, per un tratto sia a sud che a nord, le due barre parallele che convergono verso un’unica via di fuga all’orizzonte. Da poco più di un secolo il passaggio del treno ha collegato i vari centri del Salento, ricalcando quasi l’antico tracciato viario della via Sallentina che collegava Otranto a Taranto. Infatti essa traccia una linea che segue il contorno della penisola, sviluppando una curva all’altezza dell’ultima stazione che è quella di Arigliano, frazione di Gagliano del Capo.

La ferrovia ebbe una gestazione abbastanza lunga, tanto che si iniziò a parlare di quest’infrastruttura già a partire dal 1877. L’iter del progetto si arrestò diverse volte ma, dietro sollecitazione in momenti diversi di varie personalità politiche ed esponenti dell’aristocrazia, si realizzò fino ad arrivare, la mattina del 16 ottobre 1911, all’inaugurazione dell’ultimo tratto della Maglie-Leuca e ad assistere all’arrivo del treno da Tricase.

Prendere ancora oggi il treno, rispetto ai moderni tracciati stradali, è un’ottima esperienza per connettersi a un Salento autentico, più simile a quello di tanti decenni fa, penetrando in un mondo rurale chiuso da fronde di ulivi, muretti a secco, fichi d’india e case cantoniere dal tipico colore rosso pompeiano, molte delle quali hanno un nostalgico intonaco oramai sbiadito (5).

 

Lasciata alle spalle la ferrovia che taglia in due nettamente la roccia, proseguiamo verso la parte orientale del piccolissimo abitato di San Dana, frazione di Gagliano del Capo.

Siamo diretti verso la cripta di Sant’Apollonia. Oggi non è più visibile perché ricoperta da terra, ma una campagna che lambisce il nostro percorso è stata oggetto di scavi archeologici che hanno messo in luce una villa romana dotata di terme. Era il 2001, anche se l’esistenza della villa romana era già nota almeno dai primi anni Settanta.

Poco dopo le ultime case, una copertura in plexiglass segnala da lontano e protegge l’ambiente ipogeo sottostante, simulando quell’antico soffitto di pietra che crollò già in epoca antica. L’interno è decorato da pregevoli affreschi, purtroppo in cattivo stato di conservazione, che vennero realizzati in momenti diversi. Scendendo pochi gradini, è possibile visitare degli ambienti, fra i quali è riconoscibile una piccola cella con un sedile intagliato nella roccia (6, 7).

Probabilmente questo era un eremo monastico frequentato da monaci italo-greci, anche se è difficile individuare di quale ordine si trattasse e a partire da quale epoca fosse stato abitato, in quanto parrebbe plausibile che fosse già usato fin in epoca pre-cristiana. Tuttavia, proprio la presenza del sedile ha fatto ipotizzare a qualche studioso di storia locale che si trattasse dell’ordine di Pacomio di Esna, una figura di asceta che predicava la catarsi e la connessione al divino attraverso forme di penitenza che contemplavano il sonno da seduti. Tale ipotesi, molto suggestiva, non è suffragata da ulteriori dati.

Certo è che tale ambiente ipogeo deve essere messo in connessione con altre piccole grotte e ripari nelle vicinanze, la cui presenza è indizio dell’esistenza di una comunità che abitava questi luoghi in tempi assai lontani, e l’altra certezza sono gli elementi figurativi che si possono ancora leggere sulle pareti della cripta. Alcuni sono chiari e netti, come la figura della santa che dà il nome al luogo. Si tratta di Sant’Apollonia, la santa martire che reca in mano un giglio bianco, simbolo di purezza, e la palma, simbolo del martirio che subì con l’avulsione di tutti i denti – e per questo è la patrona protettrice dei medici odontoiatri.

Alla destra di quest’affresco, databile alla metà del Settecento, è presente quello della Vergine con il Bambino, conosciuta con l’appellativo di “Bocca d’oro” e sui cui tratti è stata modellata una statua che si trova attualmente nella chiesa parrocchiale di San Dana. Altri due affreschi sono ancora visibili: la rappresentazione della Trinità, con Cristo Crocefisso sorretto da Dio Padre, e una rappresentazione di San Giuseppe da Copertino – oltre a una raffigurazione di un San Michele Arcangelo danneggiata poiché dicerie popolari riportavano che l’”acchiatura”, cioè un tesoro sotto forma di gemme preziose, si nascondesse dietro l’intonaco in corrispondenza degli occhi dei santi.

Da questo scrigno sotterraneo, il cui fascino è dovuto al mistero legato al buio della terra, riemergiamo alla luce del giorno e proseguiamo il percorso ritornando indietro sui nostri passi per poche decine di metri. È significativo che San Dana, “un prete e una campana”, come recita un detto popolare per indicare l’esiguo numero dei suoi abitanti, sia fra gli ultimi paesi del Capo di Leuca che nel nome ricordi un santo orientale, quasi a voler rinfocolare il legame con l’altra parte del Mediterraneo.

La tradizione popolare racconta che San Dana fosse un diacono nativo di Valona, martirizzato in queste contrade per mano dei Turchi mentre era in fuga dal Santuario di Santa Maria di Leuca verso Montesardo per mettere al sicuro alcuni arredi sacri.

Attraversate le poche strade dell’abitato, in direzione nord, imbocchiamo via San Barbara: qui, poche decine di metri sulla destra, ci attende la chiesa omonima, sopravvivenza di un’abbazia benedettina femminile che è stata oggetto di un recente restauro e ha permesso al monumento di essere recuperato e reso di nuovo fruibile, dopo quasi due secoli di uso agricolo (8). La chiesa conserva all’interno una piccola testimonianza di almeno tre cicli pittorici diversi (9). Tra gli elementi significativi che si sono conservati, la figura di una santa (forse Santa Barbara stessa), che, trovando un riscontro nel confronto con modelli di alcune chiese a Soleto e a Massafra, permette di collocarla nei primi decenni del XIV secolo.

Ciò che le pietre non dicono lo raccontano le carte d’archivio – e una relazione del vescovo di Alessano, Ettore Lamia, nel 1590 ci dice che il monastero in quell’anno era già scomparso, benché la messa continuasse a essere officiata e la chiesa portasse una rendita di 80 ducati al conte di Alessano. Così anche la registrazione della decima pontificia nel 1324 attesta che la chiesa in quella data era già stata edificata.

Sicuramente il monastero di Santa Barbara e il culto della santa erano dei capisaldi importanti, inclusi come tappe nel percorso di pellegrinaggio verso il santuario di S. Maria de Finibusterrae, se l’immagine della santa è rappresentata negli affreschi del complesso di S. Maria del Belvedere (Leuca Piccola) di Barbarano del Capo. Qui, infatti, la raffigurazione di alcuni santi, i più importanti del territorio (Santa Barbara, Santa Marina, Santa Lucia, San Francesco da Paola), permetteva al pellegrino di orientarsi e di riconoscere quello che già aveva visitato o che avrebbe da lì a poco visitato.

Proseguendo ancora verso nord, ritorniamo a mons arduus, a Montesardo, che con la sua quota di 186 metri sul livello del mare è una delle località più alte del Salento.

Ora è un po’ più difficile data la presenza delle case e dei palazzi, spesso alte più di un piano, ma ancora si può ugualmente apprezzare il dominio che si ha del territorio circostante: si padroneggia un ampio settore di esso, che spazia dalla serra di Vaste a nord-est al mar Adriatico a oriente, fino al promontorio iapigio a sud – sede, un tempo, di un vivace porto e di un santuario.

Come per altri centri messapici, è ben attestata l’età ellenistica, tra la fine del IV e il III sec. a.C. In questo periodo risale la realizzazione della significativa cinta muraria in blocchi squadrati di grandi dimensioni, di cui si conservano scarsi resti al di sotto delle mura settentrionali di Castello Romasi. Rimangono attualmente appena 10 metri di muro per un’altezza di 1,60 metri, composto da imponenti blocchi di calcarenite locale messi in opera a secco sul banco di roccia affiorante (10). Sulla base dell’analisi delle fotografie aeree e dei pochi dati archeologici a disposizione relativi all’orientamento dei massi, è stato ipotizzato lo sviluppo della cinta muraria, che doveva chiudere in cerchio l’attuale abitato e la cui lunghezza complessiva doveva aggirarsi intorno ai tre km e mezzo. I reperti archeologici sono relativi a una tomba ricavata nel banco di roccia, che custodiva al suo interno vasi, e da alcuni manufatti in bronzo.

Percorrendo le vie del centro, osservando le facciate dei palazzi e del Castello, s’intuisce un passato lontano e importante. Successivamente all’età messapica, ritroviamo il paese nel Medioevo, quando le mura vennero dotate di torri di fortificazione e di porte; poi, nel Quattrocento e nel Cinquecento, la potente famiglia Del Balzo edificò un castello nel punto più alto e rese la città militarmente più sicura, in reazione alle rinnovate scorrerie piratesche che imperversavano nella Terra d’Otranto.

Nei suoi “Bozzetti di viaggio” lo storico Cosimo De Giorgi annotava un passato non solo militare, ma anche culturalmente importante, ricordando che Montesardo – assieme al suo comune di appartenenza, Alessano – era stato un “centro fiorentissimo d’istruzione per tutta la provincia”. Qui, infatti, nel XVI secolo, si hanno notizie di scuole di teologia, matematica, letteratura e musica: Montesardo diede i natali sia a Girolamo Balduino, medico e filosofo, che a Francesco Mazzapinta, intellettuale dell’Accademia palermitana di Sicilia.

Poco distante dal centro, lungo la strada che discende verso il complesso di Macurano, punto di inizio del nostro percorso, è possibile allontanarsi per pochi metri dal percorso e visitare la masseria Masserone-Sauli. L’edificio risale con ogni probabilità al XVI – XVII secolo. Le spesse mura di cinta in pietra, alte più di 3 metri, si interrompono in corrispondenza della piccola entrata.

Varcato il cancello, all’interno dell’alto recinto in pietra, sembra che il tempo non sia mai trascorso, e per incanto si ritrovano tutti gli elementi di supporto alla vita in masseria: le stalle, lo ‘ncurtaturu (il recinto per le pecore), una cisterna scavata nella pietra, il palummaru (la colombaia) annesso all’antica torre oggi adibita ad area di ristoro; e ancora una grotta, una pajara e antichi sistemi di canalizzazione dell’acqua.

Alle spalle della torre un altro cancello in ferro conduce ai giardini. Qui una serie di terrazzamenti impreziositi dalla macchia mediterranea porta a un boschetto, all’ombra del quale è possibile riposarsi o consumare un pranzo all’aperto.

località interessate: Macurano, San Dana, Montesardo

distanza: 6,5 km

mezzo: a piedi

difficoltà: facile

tempo di percorrenza: due ore