Da Specchia a Santa Maria di Leuca

Per la sua conformazione fisica, ovvero di penisola nella Penisola, il Salento ha esercitato un indubbio fascino sui pellegrini dei secoli scorsi. L’obiettivo dei peregrinantes che giungevano da tutta Italia e dal nord Europa era il raggiungimento del santuario di S. Maria di Leuca, o Santa Maria de Finibus Terrae. Luogo sacro posto sulla sommità del promontorio di punta Mèliso, dal 1867 è in compagnia di un alto faro e insieme sembrano dare l’ultimo saluto della terra prima che diventi scoglio e poi mare, che si spalanca immenso e azzurrissimo.

La propria condizione liminale lo ho reso uno spazio “doppio”, una porta d’entrata e contemporaneamente d’uscita, d’approdi e partenze, più immaginate che reali. Lo scirocco, che qui domina per la maggior parte dell’anno, sfuma spesso l’orizzonte, per cui le popolazioni locali sono abituate a rappresentarsi isolate e lontane: immaginarsi lo stupore di vedere apparire il profilo di un’isola o la sagoma di una montagna quando il vento da nord tempera lo sguardo! Leuca è un luogo dell’anima esaltante e allo stesso tempo malinconico, tant’è che una tradizione  popolare vuole che i salentini, se non vi si sono recati in visita da vivi, ci ritornano da defunti, “con il cappello in mano” come scriveva il poeta Vittorio Bodini.

Gli abitanti del territorio hanno sempre guardato con un misto di diffidenza e mistero la vastità di acque che si apre allo sguardo. In tempi più antichi, la penuria di mezzi di navigazioni efficienti unita all’imprevedibilità delle correnti e degli agenti atmosferici costituiva un pericolo e un’incognita, anche se il Mediterraneo ha goduto per secoli di pace, prosperità economica e scambi culturali; al contrario, l’ingresso dell’età moderna, pur portando con sé migliori e più precisi strumenti tecnologici, ha significato anche una costante paura delle invasioni piratesche.

Il nostro percorso inizia da Specchia, inserita nel circuito dei “Borghi più belli d’Italia”. La cittadina sorge su un promontorio che permette di avere un punto di vista inusuale verso il territorio circostante, abituato com’è all’assenza pressoché totale di rilievi e ad una pianura occupata da sterminati uliveti. Posta al centro di un articolato snodo viario, come testimoniato da alcuni tratti di un’antica strada lastricata sul pendio della serra lungo la strada per Cardigliano, Specchia e il suo comprensorio risulta abitato fin da epoche più antiche. I vicoli del centro sono punteggiati di angoli graziosi, case a corte all’interno delle quali si affacciano ancora piccole botteghe artigiane, numerose chiese ed edifici nobiliari, il più rappresentativo dei quali lo osserviamo, imponente, proprio nella Piazza del Popolo. Il Castello Risolo, infatti, riassume nelle sue vicende la storia di Specchia, in quanto era sede del feudatario.

Lasciato a sinistra il castello s’inizia a scendere in direzione est, intercettando via Garibaldi e, proseguendo sempre dritto, lungo via Padula. Dal bianco della calce delle case si passa alla macchia colorata offerta degli alberi, dei campi coltivati, dell’erba, al rigoroso geometrismo delle pietre disposte ordinatamente a formare i muri a secco che qui iniziano ad odorare di antico.

Ed infatti, le sensazioni che indiziano che qualcosa di antico lo si troverà sul serio, sono confermate dall’incontro sul percorso della chiesa di Sant’Eufemia, eretta durante la dominazione bizantina del Salento.

La chiesa è l’ultimo testimone di un casale medievale, Grassano, che vive oramai solo come un nome grafito su alcune carte d’archivio.

Dirigendosi verso sud ci avviciniamo a Lucugnano, una piccola frazione del più grande comune di appartenenza, Tricase. Un ristretto numero di case ma tanti secoli di storia, tradizioni, memorie: Lucugnano è conosciuto in tutto il Salento per due motivi. Il primo, lo troviamo anche nella toponomastica. Passando per la strada principale che taglia longitudinalmente il paese, si apre a sinistra una via, via dei Vasai. Con Cutrofiano, Lucugnano è una delle zone in cui c’erano ricchi giacimenti di terra argillosa che hanno fatto la fortuna dei suoi abitanti, per generazioni maestri nel lavorare la crita e forgiare al tornio splendide capàse, orzùli e còfani di terracotta. Ora l’argilla viene importata da altri luoghi e sottoposta alla creatività di alcuni artigiani, oramai ridotti in un esiguo numero.

All’incrocio del semaforo che s’intercetta al centro del paese, vale la pena svoltare a destra e dare un’occhiata allo slargo della piazza sulla quale si affaccia il Castello, o, più propriamente, il palazzo baronale dei Capece. Assunse il suo aspetto esteriore nel XVI secolo su committenza della famiglia Castriota -Scanderbeg, rimaneggiando la torre di epoca normanna. Chiude la quinta della piazza, nella parte meridionale, un luogo importante per tutta la cultura salentina: Palazzo Comi. L’elegante dimora, edificata a metà dell’Ottocento, è appartenuta fino al 1961 al barone Girolamo Comi, uno dei poeti più rappresentativi del panorama letterario della prima metà del Novecento. Guardando la piccola porticina socchiusa sembra ancora di vederla varcata dagli intellettuali amici del poeta: Alfonso Gatto, Arturo Onofri, Maria Corti, Vittorio Pagano, Rina Durante, per citare alcuni nomi. È possibile visitare la casa “dove persino le ombre sono amiche” – come scrisse di questo luogo Alfonso Gatto, in quanto attualmente è di proprietà provinciale e sede di una biblioteca pubblica. Salendo al primo piano ed entrando nelle stanze di “Momo”, com’era soprannominato affettuosamente il poeta, si respira ancora l’atmosfera di una casa nobiliare del secolo scorso. Nelle imponenti librerie di legno si trova ancora la sua ricca collezione di libri, alcuni dei quali, rarissimi, di poeti simbolisti francesi; le alte volte, i pavimenti in cementine; alle pareti, gli arazzi tessuti a mano secondo la tecnica – di certosina pazienza – del “fiocco”, a opera dalle cugine di Casamassella, frazione di Uggiano la Chiesa e luogo natale del barone.

All’uscita di Palazzo Comi, occorre dirigersi a destra riprendendo la via principale di Lucugnano e svoltare ancora a destra. Dopo poche decine di metri, al semaforo, in presenza di un bivio, occorre imboccare la strada di sinistra. Andando dritti, puntando a sud in direzione Tricase, si transita dalla Cappella di Santa Croce edificata nel 1710. E quando si nominano le chiese, a Lucugnano, è impossibile non pensare alla figura più emblematica, più pirotecnica e irriverente figlia della cultura popolare di metà Cinquecento: Don Galeazzo de Palma. Personaggio metà reale e metà leggendario, don Galeazzo, o Papa Caiazzu come è familiarmente noto ai salentini, è il parroco di campagna che potremmo comparare, per umoristica e caustica furbizia, al Pulcinella napoletano. A lui si attribuiscono gustosissimi cunti e culacchi, ovvero storie e aneddoti umoristici non di rado a sfondo sessuale. Papa Galeazzo è il Don Chisciotte della cultura popolare, geniale e sagace, che ha la meglio sull’ordine costituito rappresentato dalla prepotente, stupida boria dei nobili e dell’alto clero.

Camminando sull’antichissimo tracciato della via Sallentina di età romana, dopo aver lambito le Masserie Resci e Panzera, si giunge ad un quadrivio, nel territorio di Lucugnano, dove è presente un boschetto di querce secolari, all’interno del quale vi è Masseria Mustazza. Osservando quel bosco, possiamo focalizzare meglio che cosa avrebbero potuto vedere i pellegrini un tempo, quando il territorio non era colonizzato del tutto dalla monocultura dell’olivo ma al contrario si presentava più variegato e votato alla biodiversità, ricco di macchie di vegetazione spontanea se non di vere e proprie foreste. Sulle pareti di Masseria Mustazza sono ancora visibili numerose croci, incise per devozione dai fedeli che si fermavano per alloggiare, ristorarsi o semplicemente per pregare in attesa di arrivare alla loro mèta finale, a Leuca. Sulla facciata si conservano delle pietre semicircolari forate – dette scapole – utilizzate per legare i cavalli durante la sosta.

Una volta intercettata la S.P. 184, a meno di duecento metri di distanza a sinistra, merita fare una deviazione di percorso per rendere omaggio a un importante monumento medievale, la Cripta del Gonfalone, nei cui pressi, dal Medioevo fino ad oggi, si tiene una rinomata fiera agricola e del bestiame ogni 21 e 22 agosto. L’ambiente sotterraneo, a differenza di altri, si presenta ampio grazie al puntellamento di circa una ventina di pilastri scavati nella roccia. Difficile non rimanere meravigliati di fronte alla rappresentazione di una bellissima Dormitio Virginis, che racconta uno dei dogmi cristiani con dovizia di particolari. La Madonna è deposta sul letto funebre e la sua anima, personificata da una bimba in fasce, viene accolta in cielo tra le braccia di Gesù che è racchiuso nel simbolo divino dell’amigdala, la mandorla. In basso nel dipinto è rappresentato l’ebreo Jefonia che, volendo rovesciare il catafalco con il corpo della Madonna, non porta a compimento l’atto sacrilego in quanto interviene San Michele che gli taglia di netto mano con la spada (dipinta e corredata di un particolare che può far sorridere, ovvero il sangue zampillante).

Una volta ritornati a ritroso sul tracciato, si svolterà a destra in direzione sud. Siamo al confine tra località Matine e Le Tajate, così chiamate per la presenza di numerose cave di pietra arenaria. La maggior parte di esse sono state dismesse e, con il tempo, l’humus formatosi sullo strato di roccia ha permesso la ripresa della vegetazione spontanea. Questi veri e propri giardini di roccia, posti ad un livello diverso, interrompono la monotonia della campagna circostante. Alcuni di essi raggiungono la profondità di ben 30 metri.

Giunti ad Alessano, il percorso inizia a farsi impegnativo in quanto è necessario affrontare, d’ora in poi, una costante salita. Occorre procedere in direzione ovest, percorrendo un lungo dislivello, che conduce fino a Piazza del Castello. Qui giunti, si consiglia di fare una sosta, piedi a terra, necessaria per riprendere fiato e per notare alcuni dettagli interessanti. In questa piazza dalla forma allungata e occupata al centro da un marciapiede con degli alberi, si affacciano infatti due dei palazzi più interessanti di Alessano: Palazzo Sangiovanni e Palazzo Ducale. Dalla superficie dei muri esterni del primo edificio si sollevano piccole bugne a punta di diamante, che disegnano motivi diagonali, secondo motivi decorativi che troviamo, coevi, a Ferrara e a Napoli. Le finestre finemente incorniciate lo rendono molto elegante, mentre l’epigrafe che monta il portone d’ingresso e che reca la scritta “Maledictus homo qui confidit in homine” getta un’aria sinistra sulle vicende del suo committente, molto probabilmente vittima di un qualche tradimento. Di fronte a questo edificio c’è Palazzo Ducale, d’impianto tardo quattrocentesco, i cui passaggi di proprietà sono avvenuti tra le più importanti famiglie aristocratiche d’Italia e d’Europa, dai Del Balzo ai Gonzaga per terminare agli Ayerbo di Aragona. E infine, proprio su questa piazza s’apre l’ingresso al quartiere ebraico della Giudecca, medievale: al suo interno con tutta probabilità si ergeva la sinagoga, che, come molti edificio di culto simili, vennero rifunzionalizzati in seguito alla cacciata degli ebrei dal Meridione nel 1531.

Lungo via Comneno che si trova esattamente in direzione opposta alla porta d’accesso nota come “Via di Mezzo” perché era l’antico asse viario di Alessano, si affaccia Palazzo Legari (6), sulla sinistra, costruito nel 1536 in stile rinascimentale da Donato Lecari, ricco commerciante originario di Tricase, il quale lo fece erigere per diletto “suo, dei suoi discendenti e di tutti gli amici”. Al suo interno si svolgevano banchetti, feste e giochi d’azzardo. Oggi questo delizioso oggetto architettonico è della comunità alessanese poiché da circa trent’anni è proprietà del Comune che lo ha destinato a sede della biblioteca e dell’archivio storico.

Alessano è intrisa di una forte spiritualità, disciplinata non solo dall’essere stata diocesi per secoli, ma anche perché può essere orgogliosa di aver dato i natali ad una figura molto amata e ancora ricordata dalla popolazione pugliese. Qui, infatti, riposa il beato Antonio Bello, da tutti conosciuto come “don Tonino”: un sacerdote che seppe rimanere tale anche una volta nominato vescovo di Molfetta, famoso per le sue azioni anche anticonvenzionali in grado di scuotere le coscienze civili e istituzionali e del quale, si ricorda, benché malato, la celebre marcia per la pace a Sarajevo dal 7 al 13 dicembre del 1992.

Con il messaggio di pace e di riconoscenza verso la sua figura, si sale verso la parte più alta del paese, continuando in direzione ovest; lungo il percorso si trova la Chiesa della Madonna del Riposo, di aspetto ottocentesco ma il cui impianto originario è risalente a diversi secoli prima.

Arrivati in cima alla serra Calie, inizia un pianoro tra le campagne e poi una lenta discesa che conduce a Ruggiano, frazione di Salve.

Uno dei primi edifici che si scorgono entrando nell’abitato è proprio il Santuario di Santa Marina, celebrata ogni 17 luglio. A partire dal Medioevo, epoca di costruzione dell’edificio sacro, i pellegrini e i fedeli che giungevano qui in quella data davano vita a tradizioni e riti particolari. Santa Marina, infatti, era ritenuta la Santa protettrice contro le malattie del fegato e in particolare dell’ittero. Antiche credenze, senza dubbio pagane, ritenevano che l’itterizia, chiamata anche “morbo regio” in quanto comportava una colorazione della pelle giallastra (come l’oro), fosse propagata dall’arcobaleno con i suoi colori. Pertanto diventava fondamentale, nel processo di guarigione, prestare attenzione al simbolo dell’arco e del colore giallo. I fedeli, una volta arrivati il mattino della festa, recitavano la seguente preghiera: “Arcu meu pintarcu, tie si beddu fattu; ci nu te saluta, la culure tramuta, ieu te salutai e la culure nu persi mai” – Arco mio bell’arco(baleno), tu sei ben fatto; chi non ti saluta, cambia colore, io ti ho sempre salutato e non ho perso mai il mio colorito (sano). Si beveva l’acqua attinta dal pozzo antistante il sagrato, dove il diametro della vera si presenta modanato dall’attrito delle funi; dopodiché, scelto un qualsiasi elemento arcuato (un ramo, un porticato) nei suoi pressi si faceva la pipì come rito propiziatorio, perché il corpo si liberasse dell’urina e quindi dal “colore giallo”. Ai malati d’itterizia, perché potessero poi proseguire una terapia domestica, veniva consegnata un’erba, chiamata appunto l’erba di Santa Marina, (Buglossoides purpurocaerulea) dalle proprietà curative per il fegato, che cresce nel terreno retrostante il santuario.

Dopo aver sostato brevemente all’interno della chiesa e aver acquistato all’uscita, se si capita proprio in occasione della festa, le “zigaredde”, i nastri colorati che si legavano ai polsi, ai traini o ai tamburelli in segno di protezione e buon augurio, occorre riprendere il cammino e puntare a sud ovest, dirigendosi in direzione opposta a quella di arrivo. Attraversato quindi l’abitato di Ruggiano si va dritti verso il prossimo paese, Barbarano, una tappa per i pellegrini di un tempo davvero importante.

Arrivare nel complesso di “Leuca Piccola”, come è conosciuto più popolarmente il complesso di “Santa Maria di Leuca del Belvedere”, è arrivare in un luogo che è rimasto pressoché immutato da quasi 350 anni.

L’epigrafe che accoglie i camminatori è esaustiva: “Ferma il piè, passegger, e non dar più passo, che qui trovi comode rimesse: Don Annibale Capece, il qual ci eresse, ci destinò lo forestier lo spasso”. Nel 1685, infatti, il sacerdote Annibale della famiglia nobiliare di origine campana dei Capece fece sorgere intorno e sotto la chiesa che qui si trovava una serie di servizi accessori per i fabbisogni dei pellegrini in transito. Con una mentalità che oggi definiremo imprenditoriale, costruì una sorta di Autogrill ante litteram, comprendente l’officina del maniscalco, la mangiatoia e la posta per i cavalli, un ampio portico per i mercanti, un mercato del bestiame, una locanda e un ampio riparo sotterraneo destinato al pernottamento. E, soprattutto, fece scavare e rese fruibili ben tre pozzi per l’approvvigionamento di acqua, operazione che sarebbe stata difficoltosa nei pressi più immediati di Leuca per la profondità della falda freatica, e non sempre di buona qualità a causa delle infiltrazioni di acqua salmastra.

Dopo aver fatto una visita ai vari ambienti, si procede verso Giuliano di Lecce, prendendo sullo spiazzo la strada ben segnalata con la denominazione “via leucadense”. La strada asfaltata lascia il passo a quella sterrata per un breve tratto: occorre andare sempre dritti fino a arrivare ad un crocevia dove c’è un pozzo, dal quale la tradizione vuole che si sia abbeverato San Pietro di passaggio dall’Oriente verso Roma. Lì, girando a sinistra, pochi metri dopo, è possibile visitare la misteriosa chiesa di San Pietro Apostolo risalente al X secolo, il cui impianto è quasi sicuramente ancora più antico e utilizza materiale di reimpiego proveniente dalla città messapica di Vereto, poco distante. All’interno si conservano delle piccole porzioni di affresco. Consigliamo di ritornare indietro al pozzo e di svoltare a sinistra: siamo nel centro delle serre salentine e l’itinerario proposto procede verso sud, in contrada Spisse, tra antiche cave di tufo e solchi di carraia, in un paesaggio caratterizzato dalla presenza continua di muretti a secco e pajare. Non a caso le cave di calcarenite sono state usate, in tempi recenti, come set cinematografici! Arrivati nel centro storico di Giuliano, varcata l’unica porta d’ingresso del borgo, a metà di via Fuortes potremmo osservare l’imponente castello feudale del Cinquecento, con le caratteristiche peculiari dell’architettura militare del tempo. Subito dopo il castello, si giunge nel cuore di Giuliano: alla nostra sinistra, al centro della piazzetta, c’è la chiesa di San Giovanni Crisostomo (9). Da bravi, moderni pellegrini, se si ha la fortuna di capitare durante gli orari di apertura, occorre fare una breve sosta per ammirare il suo interno: molto elegante, ha un bassorilievo di pietra leccese, alcuni affreschi cinquecenteschi e un organo a canne di Simon Kircher costruito nel 1721; ma a colpire l’attenzione sono le moderne piastrelle policrome del pavimento.

Alle spalle di San Giovanni, occorre prendere la via che sfiora Palazzo Panzera, sulla sinistra della chiesa, e poi la prima strada a sinistra al primo bivio. Il percorso, lasciato indietro il centro abitato di Giuliano, si snoda da qui in poi per un paio di chilometri in direzione sud-est nelle campagne di Arigliano. Dalle case allo spazio aperto non si può fare a meno di notare che il paesaggio rurale è sempre costellato dalla pietra dei muretti a secco e dalle immancabili pajare, e qui non è raro persino trovare aie e menhir, come quello dello Spirito Santo posto alla destra di una cappella all’incrocio di diversi viottoli rurali. Altre poche centinaia di metri e arriviamo al piccolo borgo di Salignano, dove nel bel mezzo del paese si erige una torre di difesa costruita nel 1550, come riporta un’iscrizione sull’architrave della porta d’ingresso. La torre, alta quindici e larga venti metri, è dotata di dieci piombatoie e cinque cannoniere ed è a forma circolare; attualmente è adibita a eventi e manifestazioni culturali.

Da Salignano l’itinerario prosegue verso sud, dove – a poco meno di due chilometri dall’abitato di Castrignano del Capo – si giunge ad un bivio dove, voltando a sinistra, si arriva alla Chiesa della Madonna delle Rasce, dove per “rasce” si intende una trascrizione per “gràscie”, “grazie”. Sui muri perimetrali di tufo della chiesa si conserva ancora oggi il segno del passaggio dei devoti: croci latine e greche, date, iniziali. Pochi metri sulla destra rispetto all’ingresso della chiesa, in un punto di difficile individuazione, al di là di un muretto a secco, si trova la cosiddetta Grotta di san Pietro dove la leggenda vuole che si rifugiò l’Apostolo per sfuggire alla persecuzione. In realtà la grotta è poco più di un riparo, alto circa due metri e del diametro di tre. Vi si accede da un stretto passaggio nella roccia. Alla fine del corridoio di accesso, un altro piccolo vano anch’esso circolare sulla destra era probabilmente adibito a dormitorio. Nelle immediate vicinanze si possono notare tracce che denotano la permanenza umana nel sito: canali per la raccolta dell’acqua piovana, resti di piccole cisterne interrate, sepolture di epoca medievale.

Tornando al bivio, si gira nuovamente a sinistra e si procede in direzione della Chiesa di San Giuseppe, eretta tra il 1617 e il 1630. Si tratta di uno degli snodi più importanti del percorso dei pellegrini, che ormai potevano scorgere da lontano – per la prima volta – la meta finale del loro viaggio: il Santuario di Leuca.

Lasciata ad ovest la Chiesa, ci si immette subito dopo il ponte della Strada Statale 274 sulla via vecchia che da Castrignano del Capo conduce a Leuca.

Qui i campi di terra rossa, i muretti a secco, gli ulivi secolari insieme alle caratteristiche abitazioni rurali espressioni dell’antica civiltà locale sono l’ultima rappresentazione della natura salentina rivolta verso Santa Maria di Leuca; al profumo della campagna si mescola quello pungente della salsedine, preannuncio del mare che comparirà a breve.

Siamo arrivati quindi a Finibus Terrae, ai confini del Mondo. Dopo aver deposto in segno di penitenza una pietra sull’Erma, una sorta di piccola ara settecentesca posta ad un chilometro dalla nostra penultima tappa, ci accingiamo a percorrere il penultimo tratto del nostro viaggio puntando le ruote verso il faro e il Santuario che svettano su Punta Meliso.

Il Santuario è rivolto verso ovest ed è l’ultima versione di numerose distruzioni (e conseguenti riedificazioni) in seguito agli attacchi pirateschi provenienti dal mare. Tra il 1720 e il 1740 il vescovo di Alessano, Giovanni Giannelli, sempre in conseguenza dell’ennesima, rovinosa scorreria, dispose di riedificare il Santuario dandogli una parvenza di masseria fortificata, con caditoie e contrafforti, come deterrente per future azioni di attacco. Alla fine dell’Ottocento assunse l’aspetto che vediamo oggi, concludendo una storia più che millenaria dato che la tradizione vuole che la celebrazione dei riti siano cominciati agli albori del cristianesimo, un decennio dopo la morte di Gesù, peraltro riutilizzando un edificio dedicato al culto della dea Minerva. Questa suggestione, allo stato attuale, rimane appunto tale in quanto non è confortata da dati storici: gli unici ritrovamenti in seguito a indagini archeologiche sono una villa romana nei pressi dell’attuale rotatoria posta davanti alla Via del Santuario e il villaggio dell’età del Bronzo nell’area prospiciente il faro. Il legame con i primi cristiani è rimarcato poi dalla memoria di un dipinto eseguito addirittura da San Luca e si dice che l’icona si sia conservata fino al 1624, quando venne distrutta da un incendio. Ora sull’altare maggiore è possibile osservare una porzione del dipinto della Madonna di Leuca di Jacopo Palma il giovane, allievo di Tiziano, fortunatamente scampato all’incendio.

A partire dal 1866 l’esterno della Basilica si è arricchito della presenza dell’imponente faro, alto 48 metri, costruito al posto della torre di avvistamento cinquecentesca; del resto questo è il periodo in cui Santa Maria di Leuca, frazione di Castrignano del Capo, esce dallo status di villaggio di pescatori per diventare località balneare alla moda, seguendo il nuovo uso dell’aristocrazia di edificare lussuose e raffinate ville in località di mare per trascorrere le vacanze estive. Affrontata una lunga discesa, infatti, è possibile percorrere il lungomare e osservare più da vicino il prospetto di questi eleganti edifici, ancora oggi dimore private. Si tratta di una quarantina di costruzioni, piccoli capolavori della creatività di ingegneri e architetti che diedero vita all’”eclettismo”, sperimentando stili più disparati, dall’orientale all’arabo, dal pompeiano al gotico. Le famiglie aristocratiche entrarono in competizione nel commissionare soluzioni abitative originali e fantasiose, dal disegno progettuale all’arredamento. Questo è il motivo della presenza di ville in stile jonico, francese, risorgimentale, arabo, piemontese, secentista e gotico. Le ville, secondo la consuetudine del tempo, erano corredate quasi sempre da una cappella di famiglia, da un giardino dove si mettevano a dimora specie mediterranee ed esotiche, da un parco retrostante con pini e palme, e qualche volta anche da una sorta di una piccola cabina balneare di pietra o legno – molte di queste sono state distrutte dal tempo – poste sugli scogli. All’interno di queste “bagnarole” c’era una vasca, scavata negli scogli, dove poteva entrare l’acqua marina. Ciò permetteva alle nobildonne di bagnarsi e contemporaneamente tutelare sia la propria privacy che il pallore della pelle, in quanto l’abbronzatura non solo non era ancora un canone estetico apprezzato ma, al contrario, evitato accuratamente perché indice di appartenenza ai ceti inferiori.

Arrivati alla fine del lungomare, troveremo i resti della Torre dell’Omo Morto risalente al 1555 ad opera di Andrea Gonzaga, conte di Alessano, così chiamata dal ritrovamento di alcuni resti umani. Purtroppo oggi è in uno stato di pessima conservazione.

Un breve tratto, ancora di lungomare, ci conduce a Punta Ristola per visitare ancora un altro luogo di culto, questa volta pagano, un santuario più antico di quello mariano visto poco fa. Ci riferiamo a Grotta Porcinara, che si incontra sulla sinistra ed è ben segnalato da cartelli stradali. Leuca ha rivestito per secoli un ruolo importantissimo per la sua posizione centrale nel Mediterraneo, come punto di contatto tra il mondo messapico e quello ellenico, veicolato attraverso le merci in transito. In questa grotta i marinai che sbarcavano ringraziavano Batas, lo Zeus messapico del fulmine, per gli scampati pericoli del mare. Incontriamo un segno tangibile della loro riconoscenza nelle numerose iscrizioni che ancora oggi sono graffite in tabelle sulle pareti della grotta, in lingua greca, latina e messapica. Esternamente, invece, si compivano dei sacrifici di animali. Dalle fosse scavate nell’area antistante l’ingresso, si sono ritrovati resti di ossa e ceneri, e frammenti di vasellame il più disparato: anfore provenienti dai centri dell’Asia Minore, da Samo, Corinto, Corfù, vasi figurati corinzi ed attici. Già in antico questa grotta era collegata con il pianoro sovrastante da una scala in pietra, segno della sua importanza che rivestiva anche per la popolazione locale che poteva accedere così più facilmente e prendere parte anch’essa ai culti e riti che qui si svolgevano.

 

località interessate: Specchia, Lucugnano, Tricase, Alessano, Montesardo, Ruggiano, Barbarano, Giuliano, Salignano, Leuca.

 

distanza:  km 18

mezzo: a piedi

difficoltà: turistico
tempo di percorrenza: 10 ore

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