Dall’entroterra di Gagliano al mare di Grotta delle Cipolliane, accompagnati dalle essenze del Mediterraneo

L’itinerario che vi proponiamo è una “ricerca del mare”, un muoversi verso levante per guadagnare uno spiraglio di azzurro tra alte falesie per poi abbracciare la vastità delle acque e del cielo in tanto spazio quanto lo può contenere l’abbraccio delle palpebre.
Ci si lascia alle spalle l’abitato umano, con le sue case, i suoi rumori e odori familiari per far posto sempre di più non solo alla macchia mediterranea, ma per incontrare nuovamente espressioni di un’operosità umana più arcaica, quali le pietre modellate dalla civiltà contadina, e poi suggestioni e reperti provenienti da un passato anteriore, quando i primi gruppi umani popolavano le numerose grotte e cavità sulle alte falesie che caratterizzano il canyon che andiamo ad esplorare.

Partendo dal centro di Gagliano, dal lato sinistro della Chiesa parrocchiale, si prende via Monte Grappa. Giunti ad un bivio si svolta a destra in via Novaglie e, pochi metri più avanti, sempre a destra, via Ciolo. Siamo in località Mucurune.

Il paesaggio, qui, cambia radicalmente e s’intravede già un sentiero che conduce verso il mare. Iniziando il percorso in discesa, si lascia dopo pochi metri sulla destra una Cappella dedicata alla Madonna di Leuca. Edificata nel 1959, su commissione di Rocco e Maria Stasi, la cappella è l’espressione di una devozione popolare verso la Madonna molto sentita nel Capo, che si intensifica durante il mese di maggio quando si celebrano le funzioni religiose.

La Cappella presenta una struttura architettonica sobria sia esternamente che internamente, dove troviamo un grazioso altare e un pavimento con le “cementine”, le tipiche mattonelle in cemento colorato che erano molto in voga nelle abitazioni dalla fine dell’ottocento.

Superato il grande piazzale, s’imbocca il sentiero vero e proprio, attrezzato con staccionate e, in alcuni punti, con passerelle di legno posate su un fondo sconnesso per facilitare il cammino. Esso percorre un lembo di terra ai piedi di due imponenti costoni rocciosi che formano un canalone centrale originatosi, nel corso dei millenni, dall’azione erosiva del mare. Infatti, l’alternanza di periodi caldi e freddi come conseguenza delle glaciazioni, ha fatto sì che il livello del mare abbia avuto delle oscillazioni importanti nel corso di migliaia di anni.

Come meglio si vedrà tra poco, a proposito della Grotta delle Cipolliane, basti pensare che le acque, rispetto all’attuale linea di costa, hanno avuto delle recessioni considerevoli (anche dieci chilometri) e delle avanzate nell’entroterra di parecchie centinaia di metri. Ciò ha disegnato dei paesaggi molto diversi da quelli che si possono osservare oggi. L’azione meccanica dell’acqua, di milioni di molluschi litodomi nella roccia, e poi del vento, ha limato delle vere e proprie fenditure nella roccia, rosicchiando poi sulla parete delle falesie numerose grotte, cavità e ripari sottoroccia. Se ne contano all’incirca una trentina, molte delle quali un tempo frequentate dall’Uomo di Neanderthal.

Un quadro dai dettagli netti e dai colori vividi: anche l’eco della propria voce risuona rimbalzando sulle altissime pareti rocciose che si sollevano su entrambi i lati e sulle quali non è raro scorgere qualche sportivo in arrampicata.

Di tanto in tanto, perfettamente integrata nella macchia mediterranea, si scorgono le pajare con i caratteristici muretti a secco.
Fino a qualche decennio fa questo sentiero era battuto dai pescatori che dal paese scendevano al mare per recarsi alle loro imbarcazioni, e dai raccoglitori di sale.
Produrre sale dalle conche scavate nella roccia era un’azione illegale in quanto lo Stato ne deteneva il monopolio, la produzione e la commercializzazione, per cui i raccoglitori dovevano essere abili a non farsi sorprendere dalle autorità e si addentavano in questi sentieri, passaggi impervi e nascosti. Furono proprio i pionieri del sentiero che stiamo percorrendo ad erigere la piccola nicchia dedicata alla Madonna di Leuca, che si trova a circa metà del percorso, scavata nella roccia. Poco più avanti ci imbattiamo in dei piccoli ripari sottoroccia con panchine in legno su cui è possibile sedersi e riposare godendo del silenzio del luogo, interrotto a volte dal garrire delle gazze ladre, le ciòle, in dialetto locale, che qui nidificano e danno appunto il nome a questo canalone: il Ciolo.
Lungo i bordi del tracciato è possibile osservare un vastissimo campionario delle piante tipiche della macchia mediterranea: non a caso, infatti, questo lembo di terra è compreso nel Parco naturale regionale Costa Otranto-Santa Maria di Leuca, istituito nel 2006. Il particolare microclima, congiunto alla costante umidità che si trova nel fondo del canyon rende possibile il proliferare di vigorose foglie di acanto verdi, flessuose canne, spinosi fichi d’india, ciuffi odorosi di finocchio selvatico. Accanto a tali specie, abbastanza comuni, si trovano poi delle essenze particolari tanto da costituire delle stazioni botaniche uniche, come la Centaurea leucadea, o fiordaliso di Leuca, che crea macchie di un bel fucsia verso aprile-maggio; il fiordaliso nobile, il fiordaliso salentino, la veccia di Giacomini e, nelle insenature apparentemente più inospitali della roccia, sulle pareti verticali, esemplari di piante succulente quali l’ombelico di Venere.

Ma è soprattutto l’euforbia a dominare il paesaggio sovrastante la Baia del Ciolo. Questa pianta, qui molto diffusa, è un arbusto che regala diverse sfumature nel corso dell’anno: i rami, di un bel verde, presentano delle infiorescenze ombrelliformi di un tono più chiaro ed è la prima pianta che, complice il calore del sole che trova riverbero sulle rocce, annuncia la primavera già a inizio marzo. Con l’incedere poi del caldo, via via più afoso, nei mesi successivi, l’euforbia perde le foglie per evitare una traspirazione eccessiva e i rami si mettono a nudo, mostrando una tinta rosso-brunastra, mentre i semi, giunti a maturità, sono letteralmente “lanciati” lontano dalla pianta madre. Nell’assoluto silenzio dei pomeriggi di giugno, si sente per tutto il costone un leggero crepitio, dovuto proprio a questo metodo così particolare di propagazione. Alcuni pescatori di Gagliano raccontano un uso di questa pianta comune ad altri popolazioni del Mediterraneo. Un tempo si usava pestare i rami di euforbia per ricavare un lattice il quale, avendo delle proprietà tossiche, era usato per far venire a galla e stordire i pesci, facilitandone la pesca.
Proseguendo il nostro percorso, a circa 150 metri dall’inizio, il sentiero si dirama. Attraversando a sinistra il canalone si può passare sull’altra sponda, mentre, rimanendo sulla stesso tracciato e proseguendo diritti, invece, si ha la possibilità poco più avanti di arrivare ai piedi della Baia, dove, superato un costone di roccia che taglia la visuale sul mare, si arriva a Grotta del Ciolo o Grotta Azzurra. È questo punto della baia, le cui estremità sono unite dagli anni ‘60 da un ponte di cemento armato sul quale scorre la viabilità della strada litoranea, ad essere molto conosciuto e frequentato soprattutto nel periodo estivo, quando miriadi di turisti punteggiano la scogliera e gruppi di ragazzi si cimentano in acrobatici tuffi da una trentina di metri d’altezza. Suggeriamo, una volta arrivati nella spiaggetta, di risalire i gradini della scalinata che si snoda sulla destra per portarsi sul ponte, da cui è d’obbligo un’occhiata panoramica sia verso il mare, che verso l’entroterra, con le quinte formate dalle alte falesie appena attraversate.

Dal ponte Ciolo inizia la seconda parte del nostro itinerario, un percorso naturalistico che scorre parallelo tra la linea di costa e la strada asfaltata della litoranea, che però è totalmente nascosta: si ha l’impressione, così, di attraversare un territorio vergine, contaminato solo marginalmente dalla presenza umana. Di tanto in tanto, lungo il percorso abilmente ricavato tra gli scogli, si intersecano i tracciati degli antichi “tratturi” battuti un tempo dai contadini, dai pescatori che scendevano alle pascare e dagli abili e astuti contrabbandieri del sale.

Dietro il chiosco sullo spiazzo del Ponte Ciolo, in direzione nord, un cartello indica il punto di inizio del “Sentiero delle Cipolliane”, così chiamato perché esso termina raggiungendo un’ampia e suggestiva cavità, a picco sul mare: la “Grotta delle Cipolliane”.

Il percorso regala colori diversi a seconda dei diversi momenti della giornata in cui lo si intraprende: il sole, dalla mattinata fino al primo pomeriggio mette in evidenza ogni dettaglio, mentre quando inizia a scendere dietro le falesie, nel pomeriggio, regala una luce più dolce e soffusa, proiettando lunghe ombre. Le temperature percepite, in primavera, qui sono sensibilmente più alte che altrove proprio per il riparo offerto dall’alta costa e il riverbero della luce: particolari non di poco conto da tenere in considerazione nel periodo estivo!
Camminando, si ha la possibilità di osservare l’andamento sinuoso della costa, formato da anse e insenature, che in questo tratto si presenta alta. In giornate particolarmente terse è possibile constatare come la penisola salentina non sia affatto isolata, ma sia al contrario un lembo di terra proteso davvero verso il centro del Mediterraneo, circondata da altre terre. Quando soffia un pungente vento di tramontana, infatti, compare sullo sfondo dell’orizzonte ad est il profilo della catena dei Monti Acrocerauni in Albania; a sud-est fa la sua comparsa l’isola di Othonoi (Fanò), mentre a nord si scorge Punta Palascia, la località più ad est d’Italia.
Lungo il tragitto, all’incirca verso metà percorso, lanciando uno sguardo in basso cercando l’acqua, in mezzo agli scogli, è possibile osservare dei massi particolari: sono i cosiddetti “massi erratici”, delle enormi pietre che sono stati spostati in quella posizione da una forza incredibilmente potente, quale ad esempio quello di uno tsunami. I massi erratici sono la testimonianza, infatti, di come la penisola salentina, notoriamente zona classificata a basso indice di sismicità, sia stata interessata in passato, da fenomeni tellurici considerevoli seppur indirettamente. Infatti, il 20 febbraio 1743, si verificò un terremoto con epicentro nel Canale d’Otranto che ebbe effetti disastrosi soprattutto nella cittadina di Nardò, dove si contarono dei morti, feriti e danni a chiese ed abitazioni civili. In concomitanza con questi effetti sulla terraferma, si verificò anche un’onda anomala, dell’altezza di circa 15 metri, che riuscì a spostare massi di svariati quintali portandoli ad un livello di costa più alto. Dai documenti storici non ci sono notizie di feriti o danni rimarchevoli a cose in questa porzione di territorio solo perché all’epoca esso era scarsamente abitato.

Ponendo attenzione alle pietre che affiorano sulla terra rossa, o che compongono i muri che costeggiano il sentiero, è possibile scorgere frequentemente delle macchie color ruggine o verdognole. Ebbene, non sono colorazioni dovute alla presenza di muschi e licheni, ma la traccia di antiche concrezioni di coralli e madrepore in epoche remote: queste rocce, dai 25 ai 15 milioni d’anni fa, erano coperte da acque marine e ospitavano sulla propria superficie delle vere e proprie colonie coralline, che proliferavano grazie ad un clima più caldo di quello attuale.

Tra una pajara e una mantagnata, tra una liama e un muro paralupi, stiamo per giungere quasi al termine del nostro percorso tra la marina del Ciolo e quella di Novaglie. Pochi metri ci dividono da tre ampi ambienti e dal magico scenario regalato della Grotta delle Cipolliane, e sono gli ultimi metri più impegnativi. Il sentiero attrezzato infatti non ha asportato nulla degli elementi naturali presenti sul cammino, ma si è modellato rispettosamente su di essi. Reggendosi al corrimano della staccionata, è necessario porre particolare attenzione nello scendere da un masso dalla superficie molto inclinata. Qui, è come se la natura avesse voluto proteggere l’incanto che si schiuderà alla vista a breve. Infatti troviamo una strettoia formata dalla fenditura di una roccia, una sorta di porta iniziatica attraversando la quale, si accede ad una dimensione magica. Ancora una volta, osservando le pareti rocciose intorno, si noteranno altri particolari vegetali che sono peculiari di questa fascia posta ancora più vicina al mare, più battuta dai venti e dalla salsedine, come la bieta marittima, l’alisso di Leuca, il kummel di Grecia, il critimi o finocchio di mare, specie alofita commestibile e molto apprezzata e licheni, dalle insospettate proprietà tintorie sfruttate fin dal Neolitico. Se si effettuerà questo itinerario in tarda estate, si avrà la fortuna di assistere allo sbocciare delle corolle viola della campanula versicolor pugliese. Ma è l’odore pungente delle cipolle selvatiche che attirerà l’attenzione, e non a caso esse danno il nome a tre ripari che si aprono sulla falesia esposta ad est: le Grotte delle Cipolliane. Il mare Ionio, che qui è chiamato dai pescatori locali “mare spunnatu”, letteralmente “mare senza fondo”-cioè mare profondo perché a pochi metri della costa presenta delle profondità considerevoli (30-60 metri)- oggi bagna i piedi della parete rocciosa 30 metri più in basso, ma nello scorrere delle ère ha avuto oscillazioni altimetriche importanti, modellando paesaggi con caratteristiche fisiche assai diverse tra loro.
Nel Terziario, (65-1,8 milioni di anni fa) il mare invadeva con prepotenza gli ambienti, come si vede dalle numerose conchiglie delle specie pecten e rudiste, alcune dalle dimensioni evidenti, sedimentate nella calcarenite che compone le grotte.
Circa 10.000 anni fa, alla fine della glaciazione di Würm, eravamo in presenza di un clima freddo: il mare si presentava in regressione, mettendo in luce una fascia costiera di ben circa 10 chilometri, attualmente sottomarina, sulla quale avremmo visto formarsi delle dune di sabbia antistanti alla grotta. I venti di scirocco che spiravano, allora come oggi, con forte intensità, avrebbero portato all’interno della grotta dei depositi di granelli che ancora oggi è possibile osservare. All’epoca saremmo stati spettatori di una fauna tipica di un ambiente freddo e di mammiferi che oggi ritroveremo ad altre latitudini, perciò in un ambiente mediterraneo avremmo visto transitare tranquillamente branchi di pinguini (alca impennis), mammuth, rinoceronti lanosi.
Camminando all’interno della Grotta delle Cipolliane, ovunque si poggi il piede, non si può fare a meno di calpestare minute selci del Paleolitico superiore, quali grattatoi e lamelle, frammenti fossili di ogni genere e gusci di molluschi bivalvi. Nell’area antistante la grotta, in superficie, l’abbondanza di questi manufatti preistorici e di schegge di ossa animali, fa supporre che esso fosse un vero e proprio sito di macellazione, così come gli archeologi ipotizzano che le due cavità più piccole fossero usate in questo passato così arcaico come santuario, con riti legati all’acqua che stilla ancora oggi dalle volte e dalle fessurazioni, formando cenni di stalattiti dalle volte.
E del resto, come dare torto a questa scelta degli uomini di un tempo? Il verde-turchino del mare a mezzogiorno, colore dissetante alla vista nella calura estiva, brilla attraverso i rami delle euforbie e sprigiona un magnetismo misterioso e irresistibile, da sempre e per sempre.
Ora si torna indietro e inizia la risalita. Al di là dello scivolo roccioso, un cartello segnala la prosecuzione del sentiero in direzione di Marina di Novaglie, su un terreno più aperto che si restringe nuovamente su uno striscio di costa. Toccato il filo di un panoramico crinale si giunge al termine del sentiero, al cospetto di ruderi di una cinquecentesca torre costiera.

 

località interessate: Gagliano del Capo, Canale del Ciolo, Sentiero delle Cipolliane, Marina di Novaglie

distanza: km 5

mezzo: a piedi

difficoltà: turistico

tempo di percorrenza: 3 ore

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